Edwin Morgan

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da Libro delle vite, Kolibris, Bologna 2010. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

Onda planetaria

 

La prima metà di questa silloge di poesie, commissionate dallo International Jazz Festival e messa in musica da Tommy Smith, fu rappresentata per la prima volta al municipio di Cheltenham il 4 Aprile del 1997.

 

 

In principio

(20 bilioni a.C.)

 

 

Non chiedetemi, non ditemi. C’ero.

Fu uno scoppio e fu grande. Non so

che avvenne prima, uscii dall’esplosione.

Pensa a questo, se vuoi le mie credenziali.

Pensa a questo, a me, allo scoppio, immaginalo

come lo richiamo ora che mi cullo nell’amaca spazio-

temporale, pilucco una luna o due, ti guardo.

Cosa sono? Non lo sai. Non fa niente.

Sono il testimone, non l’imputato.

Amo la materia e amo l’antimateria.

Ascoltami, ascolta le mie chiacchiere.

 

Oh, che giorno (se era giorno) fu!

Fu come se un pugno avesse stretto

una densa particella troppo calda da tenere

e le dita si fossero aperte all’improvviso

e il carbone ardente, il meccanismo radiante

fosse scoppiato disperdendo i semi di ogni cosa,

in quel che era nuovo spazio, fuori

nel battito del tempo, fuori, miei padroni,

fuori amici miei, così, come uno sciame dardeggiante,

il ruggito di un leone, levrieri liberati,

denti-di-leone esplosi, un vaso di Pandora,

una cornucopia scossa, un’eiaculazione –

 

Ero sbalordito dalla bellezza del tutto,

nubi di gas rosa che piano si raffreddavano, onda

sopra onda di elio e idrogeno,

anelli e spirali e nodi di fuoco,

sagome di polvere in torri, nugoli di nubi, tornadi;

e poi gli astri, e il bagliore azzurro della luce stellare

che lapislazzulava i grani di polvere –

Risi, rotolai come una palla, volai come un drago,

zigzagai e schivai il fracasso delle meteore

mentre si ammassavano e scontravano e riunivano in

parole, in questa sublime stretta del nove

vorticante nella Corrievreckan[1] del sole.

L’universo era solo appena cominciato.

Sono fuori, miei cari. La mia storia è ancora da correre!

 

[1] Il più grande gorgo europeo, situato tra l’isola di Iura e quella di Scarba, nei presi della costa scozzese occidentale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La terra giovane

(3 bilioni a.C.)

 

Pianeti, pianeti – sembrano essersi inseriti

nelle proprie orbite, attorno al loro dorato signore,

loro padre, non fosse che non è il padre,

erano nati tutti insieme, in quell’onda maestosa

 

di schiuma e ghiaia e melma a milioni di gradi:

che avrebbe profetizzato la scissione danzante,

le nove sfere, con le loro lune e anelli, rari –

Sapete quanto è raro, cari ascoltatori,

cari amici, sapete quanto siete rari?

Non volete essere riconoscenti? Soffrite troppo?

Vi farò soffrire ancora, ma prima si ringrazia.

 

Pensate a quel giovane mondo-terra grezzo e selvaggio:

sgargiante, irrequieto, che s’incrina, geme e sospira,

e fende frusciando i rifiuti e l’artiglieria dello spazio,

craterato da migliaia di schizzi asciutti

rivestiti di granito fuso. Pensate all’inferno,

un inferno minerale di fumo e fuoco. Siete là.

A che serve il tutto? È questo il pianeta felice?

Potete farvi una pinta di lava, fare l’amore

al Grand Canyon, rimboccare le coperte a una folgore

nella sua culla? Sì e no, gente, sì e no.

Dovete aver pazienza con la storia.

 

Ho raggiunto la cresta di una catena montuosa

appena emersa e raffreddata.

C’erano più distese di nubi che terremoti.

Potevi camminare sulla roccia e sentire la pioggia.

Tremavi ma sorridevi al buon odore penetrante.

Poi scesi per stare in piedi nelle acque basse

di un grande oceano, il bavero alzato contro il vento,

ma ascolta, non era solo vento quello che sentivo,

era vita infine, che emergeva dal mare,

strisciava, scivolava, succhiava, sgusciava, così piccola

che a carponi dovevo aguzzare lo sguardo.

Una scia di contrazioni semitrasparenti!

Una fanghiglia di alghe! Un inverdire! Un respirare!

E nessuno li avrebbe fermati, i vulcani non li avrebbero fermati!

Fin dove sarebbero arrivati? Cosa non avrebbero provato?

Presi a pugni il cielo, amici, presi a pugni il cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fine dei dinosauri

(65 milioni a.C.)

 

Se vuoi la vita, quel che segue le somiglia.

Mi fabbricai una casa sull’albero, e da là

potevo vedere savane boschive in distanza

ma più che altro giungla, rigogliosa da scoppiare

di felci, palme, canne, rampicanti, e i primi fiori.

Qua e là uno sgusciare intravisto di serpenti,

una palude fumante, il lento scivolare di un coccodrillo

dentro e fuori dalla luce del sole. Ma tutto questo, devo dirvelo,

era solo uno sfondo per quei sovrani della vita,

i dinosauri. Chi avrebbe mai potuto fronteggiarli?

Pestavano forte la terra, oziavano nei laghi,

fendevano sfrecciando l’aria torrida.

 

Ascoltate,

se volete, gli scricchiolii di fronde e rami

ma anche di cartilagini e giunture. Non è un gioco.

Osservai un tirannosauro alzarsi sulle zampe posteriori

colpire di taglio un diplodoco che mangiava, proprio così,

un sibilo, un contorcimento, uno scossone, una cena –

velocirapti dispersi come conigli.

 

Non durò. Non poteva? Non lo so.

Erano troppo grandi, troppo mostruosi, eppure belli

di tutte le meraviglie del terrore. C’erano altri piani?

Vidi il giorno stesso in cui cadde l’asteroide:

panico e distruzione di massa, fumo e cenere in massa,

a infrangersi onda nera sopra terra e mare,

spiraliforme, gonfia, soffocante, finché nessun sole più

poteva penetrare la cappa né pianta crescere e nessuna

lucertola per quanto spaventosa trovare cibo e nessun

tuonare di vivi toni fragorosi disturbò

il suolo della foresta e non c’erano ruggiti all’alba,

solo i gemiti, solo i rantoli di morte

degli sconcertati signori d’un tempo dalla gola tintinnante,

soltanto, alla fine, crani e costole e uova

rotte in paludi e deserti

lasciati agli eredi –

amici miei, siamo voi e io

biforcazioni di alberi diversi:

cosa dovremmo fare, o essere?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella caverna

(30.000 a.C.)

 

Buia era la caverna quando scoprii l’uomo,

ma lui, a modo suo, la rese luminosa.

La caverna in sé era un atrio ampio

con un labirinto di gallerie. Bambini ponevano

lampade su ripiani. Donne soffiavano su un focolare.

All’improvviso con una fiammata biforcuta delle torce

uomini rientrarono in gruppo dalla caccia, deposero

masse sfilacciate di carne, si sfilarono pellicce

accanto al fuoco finché seminudi, scintillanti

di sudore, tozzi farabutti intelligenti,

resero viva la caverna con rapidi discorsi taglienti.

Vi aspettavate un grugnito o due? Non fu così.

E certo non musica? Una musica così non l’avete mai

sentita, ve lo posso assicurare, mentre i tronchi si spezzavano

e la carne sfrigolava, quando alcuni con corni e tamburi

posero echi nei favi dei corridoi.

Non era ruggito di dinosauri.

 

Mi unii a loro per il pasto. Avevano un bardo,

un cantastorie. Proprio come me, dissi.

Gli narrai tempi distanti. M’interruppe.

“Non penso di poterci credere. Sei uno sciamano?

Se è così, dov’è il tuo cappotto di renna? Fatti un altro drink.

Se tu muti le forme, io racconto il vero.

Bevi, la chiamiamo birra, è forte, è buona.

Avresti dovuto essere con noi là fuori oggi,

non capita ogni giorno di prendere un mammuth,

ci fornisce cibo per una settimana, e pelliccia, zanne –

ma nulla è perduto. Frecce e arco,

sono quel che ti serve, e un buon gruppo di ragazzi,

vai a radunarli. Prendi un po’ di birra ancora, avanti.

Vedi i mammuth? Non sai quanto son stupidi.

Se cadono a terra non possono rialzarsi. Fottuti.

Lo so, lo so, sciamàno, noi resteremo qui ben oltre

il tempo in cui i mammuth saranno morti.”

Balzò in piedi, afferrò una torcia enorme, corse

lungo la parete, creando un’onda tale di scintille

che i mammuth dipinti caddero e ripresero a scalciare.

 

Un corno profondo diede a quell’interferenza il voto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grande diluvio

(10.000 a.C.)

 

Pioggia, pioggia, e di nuovo pioggia, e ancora pioggia,

pioggia e fulmini, pioggia e nebbia, un mese di acquazzoni

finché qua e là la terra tremò burbera e gettò

enormi ondate sul Mar Medio,

enormi ondate sul Medio Oriente,

enormi ondate e pioggia enormi ondate

a vagare e impazzare su strade fiumi boschi.

Vidi l’acqua crescere in livello:

invisibile il delta! Sparita la capanna del vicecapo tribù!

Sommersa infine perfino la montagna di pietra!

 

Gemetti vedendo le famiglie intere trascinate in mare.

Cavalli robusti nuotare nuotare per andare infine a fondo.

Piccoli tesori, giocattoli, amuleti leccati via

dalle misere mura malridotte del villaggio.

Armi svanite, con le mani che le avevano impugnate.

 

E che fare allora? Oh, mai sottovalutare

questi fragili esseri ansimanti senza branchie!

Martelli giorno e notte sull’altopiano!

Bitume fumante! Capi che bestemmiano! Una barca,

un’enorme barca, una nave, un marinaio,

coibentata, puntellata, vele al vento, inclinata da remi, stipata

di vita, umana, animale, commestibile,

benedetta dalla speranza, con la cima dell’albero oscillante,

partita tra canti e grida in direzione dell’ignoto

solcando stracci e carcasse e freddi nidi di cicogne.

 

Le acque calarono. La montagna del dorso di una balena

sollevata in un breve luccichìo di fanghiglia,

spinse l’arca e la fece ammarare. I boccaporti si aprirono.

Teste fiutarono l’aria. Qualche uccello cinguettava.

E poi un arcobaleno: risi, era troppo.

Ma quando barcollarono fuori con fagotti,

ceste di utensili, bimbi, capre,

per scagliarsi in un’onda sopra massi e muschi

pensai Sono un’onda migliore di quella bagnata

che sta per seppellirli.

 

Acqua

da cui veniamo, cui potremmo tornare.

Ma tenete i piedi bagnati a distanza di braccio! Costruite!

È ciò che dissi loro: ricostruite, ma costruite!

 

 

 

 

 

 

 

 

La grande piramide

(2.500 a.C.)

 

Un edificio di due milioni di blocchi di pietra

portati su chiatte e slitte da oltre il Nilo,

sollevati su rampe, tagliati e levigati con scalpelli

di bronzo e cuscinetti d’arenaria, che splendore,

bagliore di tomba, matematica

in quella luminosa punta di calcare contro l’azzurro,

azzurro al di sopra e giallo sotto,

nero al di sopra e argento sotto,

stelle come grani di sabbia, la piramide a riunirle –

Avreste dovuto vederla, amici miei, confesserò

che me la disse lunga e potete cestinare

le credenze popolari sulla megalomania

di mummie in attesa del volo per l’eternità.

Architetti, sorveglianti, approvvigionatori,

lavandaie e cuochi, e muscolose gang

ma non di schiavi, avrebbero scioperato

se un visir gli avesse lesinato grano o birra:

fu il primo sforzo di massa per dire

siamo qui, l’abbiamo fatto noi, non è natura

ma geometria, guardala un giorno dalla luna!

 

Oh, ma l’inaugurazione, i festeggiamenti, la vacanza –

mi unii alla folla, cari miei, che altro fare?

il sole impose l’antica benedizione, dorato e caldo e alto.

La processione quasi si levò ad incontrarla:

ciò che non era lino bianco erano lapislazzuli,

ciò che non era lapislazzuli era oro,

c’era uno splendore, un fruscìo deciso, una solennità,

il faraone e la moglie trasportati su troni d’oro,

guardie del corpo come statue di bronzo in cammino,

c’erano veri uomini del deserto con i falchi, severi

quanto i falchi stessi, c’erano scribi e cantanti,

danzatrici nere oliate, oro nero – selvagge –

e poi il robusto serpentone dei lavoratori

che dal Nilo oscillava fino ai quattro grandi volti

e gli si attorcigliava attorno per la dedizione.

 

E l’onda di musica esplodeva, splendenti dissonanze,

squilli, il trionfo, i passi dei signori del suono

portate via come tempesta le mie parole di cantastorie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul Volga

(922 d.C.)

 

Ho immaginato una svolta, un pizzico di freddo

pungente nell’aria, salì fino in Russia, corse lungo il Volga,

alquanto svelto, fiato come vapore, sangue in movimento,

pronto a tutto, conosci la sensazione.

Ma io non ero pronto come m’illudevo.

 

M’imbattei in un campo di vichinghi, commercianti

diretti a Sud verso il Mar Nero, uomini grandi, belli,

tatuati, con le navi all’ancora sul fiume.

Il capo era morto, stavo per testimoniare

al rituale della cremazione. È così chiaro –

cara gente, io devo parlare e voi sentire –

 

Una barca fu trascinata sulla riva, fascine accatastate,

vestirono il morto con un panno d’oro, lo deposero

in una tenda sul ponte. Chi sarebbe morto con lui?

Una ragazza si offerse – sì, una vera volontaria –

camminava qua e là cantando, non abbattuta, stava in piedi

di tanto in tanto, parlando con gli amici, credetemi, rideva.

Cosa pensò del cane che avevano tagliato in due,

gettato nella nave? Nulla, quel che è fatto è fatto.

I cavalli? Il capo deve avere le sue bestie

al fianco per quel viaggio nero. Lei,

quando fu giunta la sua ora, entrò in sei tende, una

dopo l’altra, e giacque con gli uomini lì dentro.

Ognuno la penetrò dolcemente, dicendo “Dì al tuo padrone

che l’ho fatto soltanto per amore tuo.” Le fu versato

vino forte, tazza dopo tazza. Barcollando, cantando,

fu sollevata sulla nave, deposta, tenuta,

pugnalata da una vecchia arcigna e al contempo strangolata

da due uomini robusti, così che fosse ignoto chi l’avesse uccisa.

Le doghe batterono gli scudi per soffocare le sue grida.

 

Sesso e morte, vino e fuoco – quest’ultimo in arrivo.

Incendiarono la nave, prese in fretta, scoppiettò, crepitò,

bruciò, legno di betulla, tela di tenda, carne, panno d’oro

si fusero in un fuoco nutrito ancor più in fretta

dalla tempesta che soffiava da Occidente, gettando

onda dopo onda fumo in volo sopra il fiume.

 

Amici miei, volete sapere cosa dovreste provare?

Non posso dirvelo, ma dovete provare. Non racconto favole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Mongoli

(1200-1300 d.C.)

 

Il Papa inviò una lettera al Gran Can, dicendo

“Noi non la comprendiamo. Perché non obbedisce?

Noi riceviamo ordini dal cielo senza intermediari.”

Il Gran Can rispose al Papa, dicendo:

“Noi non la comprendiamo. Perché non obbedisce?

Noi riceviamo ordini dal cielo senza intermediari.”

Devo ammettere che girai un paio di ruote quando

trovai queste lettere. Il mongolo insolente,

pensai, una novità nel mondo, commedia nera

cui mai assisti presso i più solenni saraceni.

Perché no? Il cielo ha dato loro la terra

da Lituania a Korea, cavalcano come

il vento sopra un tappeto di ossa.

Hanno leggi, registrano, studiano le stelle.

Sono un portento. Ma a che servono?

 

Stavo in piedi tra onde d’erba, da qualche parte in Asia

(è un indirizzo sicuro), masticando agnello essicato

e scrutando il cielo basso che tuonava,

quando una colonna di soldati mongoli passò,

si fermarono, si misero in riga, su ordine dello sciamano

che li raccomandava al dio del cielo Tengri mentre piegava

l’azzurro per benedirli. Apparvero strumenti

come da un nondove, una banda, inni di guerra

ma molto strani, cessarono di botto,

a parte il battere dei bollitori-tamburi quando la truppa

prese ad avanzare. Erano rinfrancati, ispirati?

Chi lo sa? Ma oh quel misurato e conico su e giù

di elmi d’acciaio, luccichìo di gilé di cuoio laccato,

muta e instancabile falcata di lupo!

Erano usciti a ridurre in macerie qualche grande città?

Penso fossero usciti per estendere il mondo già noto.

Barcollarono fuori dalla visuale; seguiti dai cavalieri;

un vento freddo alle spalle, e frecce di pioggia.

Perfino nella giacca di feltro tremavo. Eppure –

eppure erano là per scuotere i potenti sopra i troni.

Erano come la natura, draghi, vulcani. Sveglia!

Siete svegli, cara gente? Siete pronti per l’Orda,

il cambio di pagina, l’asteroide, la spada virtuale?

 

 

 

 

 

 

 

 

Magellano

(1521 d.C.)

 

Cime di Patagonia, le coste più fredde di tutte,

e le navi che sfrecciano a sud-ovest nello stretto

che sarebbe stato di Magellano: come il fuoco di Sant’Elmo

giocavo nel sartiame, e fremevo, era bene

vedere il navigatore fare della determinazione

il proprio quadrante e bussola verso l’ignoto.

Un ammutinamento? Sempre s’impiccano i capobanda. Lo fece.

Una nave naufragata, l’altra abbandonata? Giusto. Giusto.

Avanti con le altre tre. Questo canale di scogli,

un mese selvaggio a incitare, maledire le nebbie,

superando se stesso al vedere la terra del fuoco,

Tierra del Fuego, ardere il suo inferno di petrolio,

e infine fuori in quelle che sembravano onde smisurate –

Magellano fissava il terzo acquoso del mondo.

Ovest! Ovest e Nord! Che bufere! Che abissi!

Che mostri marini osservai dai nido del corvo!

La morte per fame e per sete laggiù, il delirio, i ratti

per cena, chi rosicchiava cinture! Magellano aveva

l’occhio penetrante e la barba bianco sale rivolti alla

Terra, verso Marianne e Filippine e

la morte. Tremai vedendo la spiaggia del sangue

dove fu fatto a pezzi. Non tremereste anche voi?

 

E non gioireste del fatto che il tenente continuò

a veleggiare, continuò verso ovest, barcollando

su una sola nave disastrata, in rotta per la Spagna

a dimostrare che era tondo il mondo. E avrebbero avuto bisogno

di più navi, perché era soprattutto acqua. Una palla

senza un margine da cui cadere – sembrava bello.

Ma una palla bagnata nello spazio, che potrebbe mai tenerla insieme?

Ogni trionfo lasciava una serie di domande.

Come sempre dovrebbe, dissi ai geografi.

 

Non siete d’accordo, gente, che è il pungolo elettrico

a tenerci in movimento? Non fate caso ai pungoli,

mettete la testa in un sacchetto, è quello che vi dico.

Bene, mi è concesso dire cose simili,

sono libero.

Grande Ferdinando Magellano,

dormi in pace sotto i mari.

Il mondo è aperto, e tu ce ne hai dato le chiavi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Copernico

(1543 d.C.)

 

Nel Baltico ci sono molte onde,

ma nei campi prussiani vidi, e non vidi

l’onda di pensiero che fece muovere la terra.

La Torre di Copernico, come la chiamano,

con i suoi tre piani verso la piattaforma osservatorio,

aperta, piena di notte, eppure senza telescopi.

Ero solito guardare la luce accendersi, poi spegnersi,

e una figura scura serrare una stella

come vedeva fare alla luna. Luna e sole

ruotavano attorno alla terra, o siete ciechi.

No. Terra e luna ruotavano attorno al sole

e la terra attorno a se stessa. Marte, Venere,

tutti, una famiglia, un sistema, e il sistema era solare.

Lui chi era, e ha importanza? Nessuna storia

si narra di quest’uomo che scacciò la terra a calci

dal suo falso trono. Lutero lo disse pazzo

ma il pazzo era Lutero. Aveva servitori,

cavalcava, guariva malati, ascoltava storie,

amministrava una provincia, ma i suoi occhi giganti

fumavano come mondi ancora privi di governo.

Aveva grandi anche le mani – ma non si sposò mai.

Nella sua terra infuriava la guerra, i contadini morivano di fame,

i colleghi fuggivano, lui rimase nella città fumante –

qualcosa di ferro là. Un gioco lo fece oggetto di satira

ma nulla poté fermare questo paziente rivoluzionario.

Li sentii bussare alla porta della stanza dove moriva

per portargli il libro delle sue fatiche di una vita

ma mi chiedo se l’abbia visto – non diede alcun segnale –

quel titolo tremendo Sulle rivoluzioni

(e che pungolo era) delle sfere celesti fluttuò

al di sopra dell’uomo dissanguato e raggrinzito e cantò

come un angelo, un angelo umano infine liberato

per un viaggio nell’universo che non sarebbe stato mai più quieto

delle nuvole che si formavano e disfavano

sopra la Torre di Copernico.

 

Guardai dal tetto finché

il cielo non fu buio e stellato, e seppi che i miei viaggi

erano appena cominciati: le Nubi di Magellano

attendono chi ha scalato i sudari di quell’uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Juggernaut[2]

(1600 DC)

 

Ne avevo avuto abbastanza di stelle e silenzio.

Era piena estate e partii per l’India.

Dove trovare un po’ di vita se non in India?

M’imbarcai su una nave, e presto stavo attraversando

febbricitante la Baia del Bengala verso una città di mare

di una certa fama, come la chiamavano, Puri,

sì, la Puri dei festival. Un prova mi dissero.

Prova di che? Oh, lo scoprirai.

 

Se era la gente che cercavo, là ce n’era in abbondanza,

decine, centinaia, migliaia di persone colmavano le strade

di chiacchiericcio e movimento e colore e lentamente

trasformavano il cortile di un tempio in un magnete

dove si ammassavano e spingevano colmi dell’antica aspettativa.

Con un rombo, con grida, tamburi, scoppio di granate

un enorme carro spinto, cosa, sedici ruote,

un carro per un dio, un carro che la gente disegnasse,

e la gente disegnò, con il proprio dio a bordo,

il gigante barcollante senza gamba spaventoso

che come drogati trascinavano, esaltati dalla devozione,

mulinavano, cantilenavano, spingevano, inciampavano, rotolavano –

cosa rotolavano, su quei grandi raggi, verso il mare?

Posso sentire il boato anche ora, salire

 

tra onde di polvere e calore, potrebbe gelarti il sangue

o intrecciarti le radici con quelle del mondo.

“Chi è il Signore dell’Universo? Jagannath!

Chi è Jagannath? Il Signore dell’Universo!”

 

Lo Juggernaut continuò a rotolare aprendosi un varco

tra chissà quanti corpi

che avevano gettato a terra

o vi si erano gettati,

per abbracciare l’asse inflessibile del divino.

Non potevo dirlo. Non volevo dirlo.

Occhi scintillanti, grida d’estasi,

fetore, fuggifuggi, stinchi sparpagliati,

tendoni inondati dal sole, idoli inzuppati di sudore

mi nuotavano davanti come squali, come strilli

da un antico incomprensibile abisso.

 

Non oliata l’asse grida.

 

 

[2] Termine di origine sanscrita (Jagannath) per definire una forza inarrestabile di qualsiasi natura che distrugge tutto quanto incontra sul suo cammino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Isola di Pasqua

(1722 d.C.)

 

Lo scrivo, lo leggo, riverisco quel mare

a tingere di blu l’emisfero terrestre che geme.

Stavo piombando su quelle onde un giorno quando

il mio occhio colse il triangolo minuscolo di un’isola

un istinto mi disse d’indagare:

vulcanico, mera boscaglia di vegetazione,

ma interessante nella sua solitudine ribelle

migliaia di miglia dalla terra più vicina.

Parlai con gli abitanti. Erano curiosi.

Erano forti viaggiatori, o lo erano stati gli antenati

comunque ora non più; c’era un qualche grande passato,

frammenti soltanto, alla deriva nella memoria.

Li trovai gente piuttosto allegra.

Ai vestiti preferivano i tatuaggi.

Slanciavano le gambe in danze spudorate.

A che serve il pudore nel mezzo del Pacifico?

 

Chiunque fossero, non erano coloro

le cui facce smunte e spaventate fissavano – non me

ma spazio e nuvole cose sconosciute

se non a chi le aveva incise.

Centinaia di statue, alte sei uomini e oltre,

in piedi, distese, o a tentare

di sollevarsi da terra come adami polinesiani –

ma non polinesiani, proibivano l’identità:

naso appuntito, labbro sottile, mento sporgente

dicevano solo Potere! Mistero! Visione!

Che forza li distoglieva dalle loro prede,

quei tanti toni, nel terreno accidentato dell’isola?

Nulla li muoveva, si muovevano, mi dissero.

Passo dopo passo, dondolando da una parte all’altra,

raggiunsero i luoghi stabiliti.

Tutti lo sapevano, mi dissero.

 

Era sera adesso, la sera che qualcuno chiamerebbe

Domenica di Pasqua. Scalai una collina sulla costa,

guardando quelle vaste acque non più vaste

di segmenti di mente appena visitati e scintillanti.

All’orizzonte, la prima nave per l’Europa:

ciondoli, missionari, pantaloni, vaioli, fucili.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il terremoto di Lisbona

(1755 d.C.)

 

Il confine ovest di un continente, alte navi nel porto,

anche il porto era enorme, un porto per tutti,

cerchio consacrato per quel Giorno d’Ognissanti

di un novembre quieto, semidorato, semitetro:

le campane stonavano e strillavano, le chiese erano gremite,

le candele fitte come boschi, le voci

ammassate in pianure che vibravano di lodi.

Io guardavo tutto, guardavo la fine di ogni cosa.

La terra sogna come un cane in una cesta,

contraendosi; le piace mostrare di essere viva.

Al primo tremito, gli astanti si guardarono l’un l’altro,

non sono pazzi, sanno quel accade,

ma senz’altro avvertimento che uno schianto

i tetti istoriati seppellirono i fedeli, sollevando

un turbine di grida, sangue, cera ardente.

Chi poteva corse, corse verso il mare

per essere salvati, ma salvarli non poté:

si levò in un muro d’acqua, onda d’onde

che intorbidì e ululò e portò l’enorme annegamento,

mantilla, abiti neri, piviali di porpora, fasce per neonati.

 

Era un a fado

che cantava, svaniva.

Lo sentii nei gemiti dei feriti.

Si levò come fumo da fuochi destinati a infuriare per giorni.

Fece a brandelli l’Illuminismo.

Trasformò in filosofi uomini in catene.

Vidi una piccola folla e parlai loro.

Gettate le candele, dissi. È una nuova era.

Studiate la terra. Ascoltate le sue placche macinare.

Il potere è nelle vostre mani, non lassù – indicai –

avete un lungo cammino davanti, e lacrime, ma

è il vostro cammino, sono le vostre lacrime,

mai incorniciare di ghiaccio le paure.

Spazzate le macerie. Piangete i dispersi.

Tenete una rovina a memento.

Dite al vecchio Tago che una nuova Troia è in gioco!

 

Una donna annuì, prese fiori, andò avanti.

Era il primo di novembre, il Giorno dei Morti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Darwin alle Galapagos

(1835 d.C.)

 

Era un giorno fresco per l’Equatore

quando mi arrampicai fischiando sulla massa fusa.

Nubi avevano portato un acquazzone sulla riva.

Rocce grigioscure erose e porose,

brillavano, e così un iguana a sbirciarmi

pigro mentre la cresta bagnata si rizzava.

Vidi la scia lasciata da una tartaruga gigante –

che messaggio ostinato cacciato nella boscaglia!

E l’aria era accesa di uccelli, bene, luminosa e buia –

verde, marrone, gialla – uccelletti, fringuelli

a trastullare i corpicini, imbevendo la frescura

di uno spruzzo di clamore e ciarle, con uno charme

peculiare a queste isole, queste Incantadas

Incontrai un giovane dal cappello floscio

si fermò e sorrise; anche lui affascinante.

“I miei fringuelli”, disse, “stai guardando i miei fringuelli.”

Sedemmo sopra un vecchio ceppo, assaporai quel momento.

Un uomo inegnoso e al contempo ingenuo,

un genio senz’altro, entusiasta, timido,

beh, no, non proprio timido, modesto,

il tipo d’uomo con cui avrei potuto parlare all’infinito.

“Questi fringuelli – sono tutti differenti,” disse.

“Sono diventati specie separate, e perché è avvenuto?

In Ecuador hanno qualche antenato ma qui

i becchi mutarono in funzione del cibo –

piccoli semi, e grandi, nettare, e sai che ce n’è

uno che fa delle spine di cactus strumento

per stanare le larve dalle crepe degli alberi? Oh

quasi non riesco a dormire per l’eccitazione!

Nulla è immutabile, la vita cambia, noi evolviamo.

Il processo è stupendo, vero!

Il processo è progresso, non vedi!

 

Mi dà un colpetto sul braccio, gli brillano gli occhi. Concordo.

Il tempo si frange in onde grandi mentre parliamo.

E guarda, un fringuello sul dorso di una testuggine

come fosse stato a sentire

alza il becco e comincia un canto così

penetrante da prolungare l’inizio per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimbaud

(1891 d.C.)

 

Un ventilatore ansimante appena disturbava le mosche.

C’era una stampella nell’angolo. Grida dal porto

portavano Marsiglia in un soffocante ospedale

dove lo smunto contrabbandiere drogato

sudava e gemeva col moncone bendato macchiava

le lenzuola rigirandosi e mormorando.

Mi misi in ascolto. Sapevo chi era.

Questo commerciante moribondo era un tempo un poeta.

Puoi essere stato un poeta, e vivere? Bene, puoi?

Volevo nuotare nel suo delirio.

Lo feci, nuotai nel suo delirio.

 

“ – diecimila fucili, erano tutti ammucchiati

ma io fui ingannato, fu l’Abissinia a ingannarmi,

poi toccherà agli schiavi, o continuerò con zanne e spezie,

posso ancora correre le sabbie, trafficare trafficare,

andare al golfo, al mare, al verde, oh, la mia sete,

non posso bere, Venere con gli occhi verdi

sta uscendo da un verde bagno di rame,

è calva, lardosa, ulcerata, gocciola

verderame e sono assetato voglio voglio

assenzio, absomphe, mio verde, mio demone, mio caro,

e ho fame ma rosicchio solo ferro e carbone,

rosicchio anche pareti ecco il mostro che sono,

Djami, Djami, che razza di assistente sei,

portami la pipa, dov’è la mia camicia bianca,

non devi ridere dei miei capelli grigi,

Paul, torna indietro, sarò buono,

credi davvero che potrai mai

trovare qualcuno di meglio con cui stare,

ti salterò addosso, rotoleremo insieme,

Paul, ho bisogno di te, ti amo,

il dolore, il dolore, qualcuno mi rosicchia la gamba

dentro uno stivale di ferro, mi aspetto sia Dio

che siamo nati a fare, scrivere poesia, nah –“

 

Un’onda di traffico rumoreggiò all’esterno.

Volevo un’onda del mare, aria vera, gabbiani.

Lasciai l’odore nauseante e il giovane vecchio.

La poesia bruciava in lui come radio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’assedio di Leningrado

(1941-1944 d.C.)

 

Enorme Ladoga ghiacciato, lago di giganti,

piano s’incrinò nella nebbia e sotto le crepe

l’artiglieria fendette oscurità sibilante.

Mi strinsi nelle pellicce, adatte alla città.

In periferia: figure nere accucciate

a suggere acqua da tubi spaccati

sotto la neve. Sulla neve

slitte cariche di morti

erano trascinate dai mezzi morti.

Un cane smunto si avvicinò strisciando. Seppelliteli in fretta!

Fame tra le costole e non poteva ululare

ma poteva mangiare! I milioni di vinti possono

mangiare, un etto di pane al giorno, due

bicchieri d’acqua calda, un ratto se l’acchiappano,

poi masticare un po’ di cuoio, scialle a brandelli,

attendere il ronzio sopra la testa.

Musica: cos’era! Attraversai un atrio,

sbirciai dentro: folla rannicchiata, fiato, bastone,

luce densa d’ottone. Schianti di Shostakovich

ruppero il ghiaccio e sfrecciarono nel sangue.

Come potrebbero arrendersi mai questi cuori?

Nasi aguzzi e carne grigia, va bene; morivano di fame;

Morivano di fame, a migliaia; ma tenevano aperte scuole,

ospedali, fabbriche, il gasdotto sotto Ladoga,

figli di Pietro il Grande, sì, figli di Lenin,

di quel che ti pare, a seguirne le orme. Vivono

nella memoria dei poeti e di quelli lontani

come me che visitano tutto

ma non sempre si spaventano tanto come

quando proiettili fischiano tra fiocchi innocenti

macchiando il Nord di sangue.

 

Osservavo

onda dopo onda di bombardieri che oscuravano il cielo.

Quella notte fu colpito il grande osservatorio.

L’occhio di Pulkovo cercava la Stella di Barnard

andava cieco come il lago suo compagno gelato

che lo difendeva e ne era difeso –

finché dovette sciogliersi il dolore e la gente

cantò nella luna innocua delle sue bianche notti.

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia dello Sputnik

(1957 d.C.)

 

Un giorno, mentre oziavo sopra la terra,

un luccichìo inatteso mi catturò lo sguardo,

argento sibilante, un’allegra sfera munita di sporgenze.

Sapevo che era tempo di vedere cose simili

Ma quella era la prima: fatta a mano, ben forgiata,

artificiale ma un satellite lo stesso:

un chi-va-là per l’universo!

Mi avvicinai: alluminio lucidissimo

scintillò, ronzò, vibrò, le quattro antenne di ragno

erano elastiche come ogni recente creazione.

Sembrava una creatura allegra, vanitosa perfino.

Aveva una voce. Le dissi ciao.

 

“Non posso fermarmi,” piagnucolò. “Sono in orbita.

Raggiungimi se vuoi parlare. Beep.

Viaggia con me, sii lo sputnik di sputnik.”

Volai accanto a lui. “Cos’hai visto?” Chiesi.

“Il muro del pianto, oggetto inutile quello.

Continenti. Navi cisterna. Delta come code di pony.

Aziende agricole beep collettive ovunque. Oh,

la terra come una palla, non devi scordarlo,

prova superata. E un bagliore azzurro

tutt’intorno se ti piacciono queste beep cose.”

 

Ma sei schiuso in un pezzo di metallo da sempre?”

Chiesi. “Ma certo beep che no!”, rispose,

i colori s’inseguivano sulla superficie.

“Ai tempi dei barbari ero un bardo,

Widsith, viaggiatore in terre distanti. Il mondo era il mio porto sicuro.

I goti mi davano oro. Sbocciai in Borgogna.

Vidi i pitti tatuarsi sulla pelle beep motivi.

Suonai per i saraceni in cambio di una cena dolce.

in Finlandia condivisi il pavimento con uno sciamano.

Il padrone è buono se aiuta l’arpista!”

 

“Non ho niente da darti,” gli dissi,

“a parte la verità. Hai tre mesi da vivere

in quest’orbita, e poi sarai cenere.”

Si rabbuiò. “Puoi benissimo avere ragione.”

Ma ricordando Widsith avvampò di una tremula luce.

“Vedremo. Beep. Vedremo. Beep. Vedremo.”

 

 

 

 

 

 

 

 

Woodstock

(1969 d.C.)

 

Quante persone possono essere felici?

Quante persone possono essere in pace?

Mezzo milione in quel campo pieno di gente

che contai camminando nel mattino.

Erano le Catskills, non le Malvern Hills,

ma qualcosa di buono vi stava respirando.

Era musica l’incanto? Un milione di occhi

su giovani volti levati ad amplificatori e cavalletti

disposti come in un gigante set teatrale –

bene, era un set teatrale, un pezzo da sé scritto

cullato da ondate ritmiche di applausi,

fischi, annunci, hurra, passaggi di aerei.

 

Fumi si fumavano e schiene si battevano.

Un uomo morì e un bimbo nacque.

Adamo ed Eva nudi dentro un libro.

Anche questo dovrei metterlo in un libro.

 

Gioco di pioggia, oh lo fece, tuono e fango.

Indossate il poncho, cappe e cappelli!

Benedite ed esorcizzate il diluvio!

Il canto Navajo della pioggia travolge la folla.

 

Ma non fu il tempo il climax.

Cosa aspettavano tutti?

Quando furono passate nubi e bande

e canti erano pronti a essere messi da parte,

nell’attesa tacita, elettrica,

uno strumento si levò come un dragone,

una chitarra parlò come un dragone.

Stellato e impaurito lustrino stonato,

non più acceso di lusinghe lo stendardo stracciato

una banshee in prima fila a brandirlo.

Quando Hendrix pizzicava le corde, era la criniera di un leone.

Le sue dita lavoravano come molte mani.

Ma in tutto quel ruggire e mugolare,

in quello stridere e legare,

in quel crescere e strisciare,

il tono restava in superficie

straziante quasi,

luminoso e combattivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le torri gemelle

(2001 d.C.)

 

Per il Commercio Mercantile e la Borsa Merci,

per il Commercio del Cotone e il Commercio del Caffè,

per il Market Bar e lo Sky Dive,

per le Finestre sul Mondo al 107° piano,

per le tre tonnellate di tappezzeria

di Miro e l’opera stabile e mobile di Calder,

non ci fu a un tratto più tempo, amici miei,

non ci fu a un tratto più spazio.

Per quelli dentro, miei cari, per quelli dentro,

fu metallo ritorto, bollente ma combustibile,

fumo, fuoco, paura, sconcerto e frenesia.

Io lo vidi, ma voi dovete immaginarlo.

Pensate a quelli fuggiti per le scale incespicando,

pensate a quelli che fuggirono nell’aria soltanto,

mano nella mano saltando dalle finestre più alte

per morire in pezzi piuttosto che bruciati: la pena che c’è in questo.

Riuscite a pensare anche ai piloti, negli ultimi istanti

della studiata traiettoria d’impatto quando si profilarono le torri –

pregavano forse, piangevano, urlavano, tacevano, contavano –

Riuscite a collocare quell’unione finale di vetro, carne, acciaio

sulla scala del sublime propria del terrore –

in alto, non è in alto? Dovete dirlo!

 

Le onde d’urto furono un allarme per l’impero presuntuoso;

lasciate che prendano nota, che pensino a come altri vivono.

Ma torri alte possono essere arroganti, oppure no.

Mi arrabbierò moltissimo – oh, sì, posso farlo –

quando sentirò la parola Babele. Avvocati dell’umiltà,

statene fuori, strisciate fuori! C’è una cosa che cresce

che non potrete mai arrestare o far cadere.

 

Come il pettine rotto che una giovane geisha

ha gettato con rabbia sulla strada,

l’ossatura rovinata di una  torre dimezzata

si staglia disinvolta contro il cielo

come fosse il monumento che doveva diventare,

per sciogliere cascate di capelli fini e neri,

sciogliere lacrime in cascate, cadere

sul suolo mortalmente desolato

per duemila teste e più

che mai saranno rinvenute.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla strada per la Stella di Barnard

(2300 DC)

 

Ho sentito di un tumulto a Ofiuco.

La costellazione, l’eroe dalle ali ampie

che stringeva il suo serpente, pulsava e arrossiva

come un calamaro gigante. Cosa stava succedendo?

Ti dirò io quello che stava succedendo.

Mondi si stavano perdendo, stavano nascendo.

Captai notizie di una spedizione.

 

Eravamo una banda diretta alla Stella di Barnard,

il rubino ardente, il secondo più prossimo alla terra,

freddo, bruciava lentamente, oh, sarà in giro ancora

molto dopo che il suo sole avrà esaurito l’elio.

Aveva, o stava per avere, un pianeta.

(Chi può sapere cos’è il tempo a simili distanze?)

Viaggiavamo non molto più lenti della luce –

sei anni nel nostro vigoroso cavaliere di fotoni

ci avrebbero portati sulle coste del pianeta rosso.

Di cosa parlavamo? Di cosa no?

Destino e volontà, buio grande grande luce,

l’impetuoso treno della conoscenza, la perla della speranza.

Meteore ci superavano sfrecciando come bossoli in battaglia.

Nuvole di gas erano quasi forme – quasi –

ma non c’erano dei, e avevamo sangue

buono nelle vene, nei nostri validi cervelli,

e anche in luoghi scuri, nella memoria,

s’indurivano, là, dove non c’era grazia,

sangue che versato mai sarebbe stato cancellato.

Brindammo al morto. Benedimmo il nascituro.

Il computer soffiò il suo straordinario corno

per dirci che eravamo in arrivo, eravamo arrivati,

a scatti, rallentavamo, vorticavamo,

oltre il riverbero rosso della Stella di Barnard

giù verso il suo pianeta, lentamente, a scatti,

per atterrare infine su onde d’erba.

 

Come vetro

i fili verdi non ondeggiavano mai, un fiume

in lontananza brillava, ma non pioveva mai,

laburno – non era laburno –

gocciava oro duro. La quiete imponente

attendeva. Aiutala. “Apri il boccaporto,” dissi.

 

 

da Libro delle vite, Kolibris, Bologna 2010

 

 

 

 

Morgan1_48334cNato a Glasgow il 27 Aprile 1920 ed è morto il 17 agosto del 2010, Edwin George Morgan è ampiamente riconosciuto come uno dei maggiori poeti scozzesi del XX secolo.  Subito dopo la sua nascita i genitori decisero di trasferirsi a Rutherglen, dove trascorse l’infanzia e frequentò la scuola locale. In seguito, frequentò la Glasgow High School, e nel 1937 intraprese gli studi alla Glasgow University, dove insegnò dal 1947 al 1980. Edwin Morgan ha sempre coltivato molteplici interessi, spaziando dalle lingue alla tecnologia, dall’arte alla cinematografia. Ha tradotto poesie da russo, ungherese, francese, italiano, latino, spagnolo, portoghese, tedesco e altre lingue. Nei primi anni ’60 cominciò a sperimentare nell’ambito della Concrete Poetry. Ha scritto poesie di argomento cinematografico, teatrale e di science fiction: Sonnets from Scotland, Glasgow Sonnets, Instamatic Poems, e Newspoems, per citare solo alcune opere. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia e raccolte di saggi, la maggior parte editi da Carcanet Press Ltd., Manchester e Mariscat Press, Glasgow.
Il volume Collected Poems pubblicato da Carcanet nel 1990 è la sua raccolta più ampia ed eterogenea.  Dopo la sua apprezzatissima traduzione dello Cyrano de Bergerac di Rostand (Carcanet, 1992) e della Phèdre di Racine in scozzese (Phaedra, Carcanet, 2000), nell’autunno del 2000 apparve la sua prima opera drammaturgia originale: A.D. A Trilogy of Plays on the Life of Jesus (Carcanet, 2000) messa in scena dalla Raindog Company a Glasgow.
Nell’autunno del 1999 è stato nominato Poeta Laureato, nel 2000 è stato insignito della Queen’s Gold Medal for Poetry nel 2004, fiu il primjo a essere nominato Poeta Nazionale Scozzese: The Scots Makar. Nel giugno del 2001 la sua Phaedra ha ricevuto il prestigioso Weidenfeld Prize for Translation

 

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Categories: Autori Kolibris, Kolibris' Authors, Scottish Poetry

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