Mary Montague

 

A cura di Chiara De Luca

 

 

da Tribù, Kolibris 2014

 

 

 

 

To My Mother

 

I’ve just bought it, my own birthday present

from you; the first one, harbinger of a new

era, not good but inevitable. The years

of the frivolous, the desperate clanging

attempts to lure me to your notions

of femininity, are over. Times,

I felt like your changeling, that you

thought me foreign as Siberia. Now

I’d take the gilt glamour, your chunky

jewellery and horrendous fashions.

Anything to show that you’d left

the gritty detritus of your bed, gone browsing

in cheap boutiques and bargain basements,

forgotten your pain for an afternoon.

So, today, with your birthday money,

I found myself at the jewellers, settling

for earrings you’d never have bought for me:

small studs with a Celtic spiral, silver

to your gold, modest to your flamboyance.

If you could’ve chosen these for me.

If you could’ve gifted our difference.

 

 

 

A mia madre

 

L’ho appena comprato, da parte tua il mio dono

di compleanno; il primo, foriero di una nuova

era, non bella ma ineluttabile. Gli anni

dei vani tentativi disperatamente

fragorosi di sedurmi alla tua nozione

di femminilità sono trascorsi. Tempi in cui

mi sentivo la tua figlia scambiata alla nascita,

e tu mi pensavi straniera come la Siberia. Ora

accetterei il tuo stile indorato, i tuoi gioielli

massicci e le orrende maniere.

Qualsiasi cosa dimostri che hai lasciato i detriti

sabbiosi del tuo letto, per dare un’occhiata

a negozi a buon mercato e reparti occasioni,

scordando la tua pena un pomeriggio. Così,

oggi, col tuo dono di compleanno in denaro,

mi ritrovo dal gioielliere e sto scegliendo

orecchini che non mi avresti mai comprato:

tacchetti con una spirale celtica, argento

contro il tuo oro, modesti per la tua appariscenza.

Magari fossi stata tu a sceglierli per me.

Magari ci avessi fatto dono della nostra differenza.

 

 

 

 

 

 

There comes a time

 

There comes a time when mourning has to cease:

ashes, heaped in the grate, are an avalanche

waiting its blowdown. Time

to sweep them up, take them out.

It is safe. They have cooled.

To keep faith with bereavement

is to deny the possibility

of movement. Still, to leave now

feels like betrayal of the long

nightwatches. So you wait.

You study the ashes: variegated,

like grey tabbies, a vague litter

piled up. Shapeless as old griefs.

If you reach your hand the dull

plush gives through: fleshless,

formless, nothing to rub against.

Already hollow, even as you tried

to stave off absence; but real enough

to coat the whole room;

to choke any new kindling.

 

 

 

Arriva un momento

 

Arriva un momento in cui il lutto deve cessare:

ceneri, ammucchiate sul focolare, sono una valanga

in attesa dell’esplosione. È tempo

di spazzarle via, portarle fuori.

Non c’è pericolo. Si sono raffreddate.

Tenere fede al cordoglio

è negare la possibilità

del movimento. Eppure, andarsene ora

sembra un tradimento delle lunghe

veglie notturne. Così aspetti.

Studi le ceneri: variegate,

come gatti tigrati, indistinta sabbietta

ammucchiata. Informe come vecchie afflizioni.

Se tendi la mano la smorta

felpa traspare: senza carne,

né forma, nulla contro cui strusciare.

Già cavo, anche mentre tentavi

di prevenire l’assenza; ma reale abbastanza

da rivestire l’intera stanza;

da soffocare ogni nuovo arbusto.

 

 

 

 

 

 

 

Leaving My Father’s House

 

This is the last time I am going in:

my only chance in this darkness

with no-one else to see. The dim porch

is almost reassuring, a sanctum

with magazine racks and collection tables

pushed against the wall. Familiar

objects of routine and ritual. I dip

one hand in the font; with the other

I twist the smooth, slightly battered

knob of the inner door, pull

it to me. The space inside is vast

yet cluttered. Cold moonbeams slant

from high arched windows. Suspended

between defiance and paralysis,

I lift my hand to my lips, suck

holy water from my dripping fingertips.

The taste is cool, slightly stale, metallic.

I have tasted better. I go in.

 

Everything looks different in darkness

but the eyes adjust. Shades of grey

accumulate, shadow themselves into form.

On golden days when this cavern

was walled with light and colour I feasted

on the bread of angels, felt glimmerings

dissolve on my tongue. In these pews

I studied holy writ. At the rails

I closed my eyes, parted my lips.

At this altar I bared my throat.

In a humid confessional, I begged.

I have knelt, I have prayed, I have whispered

This is my body. This is my blood.

 

The hot sore blister of the true presence

gutters at me. Oh how I fixed on that light,

looked for it in the smooth bland faces.

Sometimes in my darkness I felt

the softest glow diffuse from an embered

centre; but there was no lasting heat.

Now I see it for a tawdry trinket,

a tiny bulb behind coloured glass.

I can no longer afford to believe in it.

The flame is not real. They have buried

the talent. I feel all the old clichés

rise in me: compassion, forgiveness

and the like. I will let them go. I have

granited myself against the chill

of this cold palace. Not even a mother’s

mildness can intercede for me now.

 

I turn from the altar, face a long aisle.

This place is so different at night. The stained

glass is dull as a bruise. The holy pictures

are ghoulish. I am sick of the sanctification

of suffering, the clutch of pieties. I must

leave this place of memory and marble,

walk out alone and in darkness.

Through the frozen strobe of moonlight

I begin. My heels strike a bald rhythm

into the hollow air. I get to the door,

reach for the tablet of brass and pause.

I taste my own salt and I am not afraid.

I will take my last look. Briefly, briefly

for there is nothing to keep me.

I push through to the porch where

footsound shrinks and flattens. My breathing

is a soft tear in the quiet. There is no

peace yet, just the energy of decision.

I came back for my father’s blessing

and found only strangeness. I cannot

live in a porch. I must find a new

dwelling place. I must learn

new ways to bless myself.

 

 

 

 

Lasciando la mia casa paterna

 

Questa è l’ultima volta che ci entro:

la mia sola opportunità in questo buio

in cui non si vede nessuno. Il portico

in penombra è quasi rassicurante, santuario

con pile di riviste e tavoli da collezione

addossati alla parete. Familiari

oggetti di routine e rituale. Immergo

una mano nella fonte; con l’altra giro

la liscia maniglia un po’ ammaccata

della porta interna, la tiro verso

di me. Dentro lo spazio è ampio

eppure sovraffollato. Freddi raggi di luna

scendono dalle finestre ad arco. Sospesa

tra paralisi e sfida, mi porto

la mano alle labbra, mi suggo acqua

santa dai polpastrelli grondanti.

Il sapore è fresco, stantio, metallico.

Ho assaggiato di meglio. Entro.

 

Ogni cosa al buio appare differente

ma l’occhio si adatta. Ombre di grigio

ammassate si adombrano in forme.

Ai tempi d’oro in cui questa caverna

era cintata di luce e colori celebravo

alla tavola degli angeli, mi sentivo barlumi

dissolversi sopra la lingua. Su queste panche

studiavo le Sacre Scritture. Alle sbarre

chiudevo gli occhi, schiudevo le labbra.

A questo altare mi spogliavo la gola.

In un umido confessionale, imploravo.

Inginocchiata, ho pregato, ho sospirato

Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue.

 

La calda piaga bruciante della vera presenza

goccia su di me. Oh, come fissavo quella luce,

per poi cercarla nei lisci volti insulsi.

Talvolta nel mio buio sentivo un lievissimo

ardore diffondersi da un nucleo

di braci; ma non era un calore durevole.

Ora lo vedo come un ciondolo da poco,

minuto bulbo dietro un vetro colorato.

Non posso più permettermi di crederci.

Non è reale la fiamma. Hanno interrato

il talento. Sento tutti i vecchi cliché

emergere in me: compassione, perdono

e similia. Li lascerò andare. Mi sono

fatta di granito contro il gelo di questo

freddo palazzo. Neppure una mitezza

di madre ora può intercedere per me.

 

Mi allontano dall’altare, ho davanti un lungo corridoio.

Questo posto è tanto diverso di notte. La vetrata

colorata è fosca come un livido. Le sacre raffigurazioni

sono macabre. Sono stanca della beatificazione

del dolore, artigli delle fedi. Devo

lasciare questo posto di marmo e memoria,

uscire da sola nel buio.

Attraverso lo stroboscopio gelido di luna

comincio. I miei talloni battono un ritmo

sfacciato nell’aria cava. Vado alla porta,

raggiungo il blocco d’ottone e mi fermo.

Assaggio il mio sale e non ho paura.

Darò un ultimo sguardo. Breve, breve

perché non c’è nulla che mi tenga.

Mi spingo fino al portico dove la musica

dei piedi scema in un bemolle. Il mio respiro

è uno squarcio lieve nella quiete. Non c’è

pace ancora, solo un’energia di decisione.

Sono tornata per la benedizione di mio padre

per trovare soltanto estraneità. Non posso

vivere in un portico. Devo imparare

nuovi modi per benedire me stessa.

 

 

 

 

 

 

Sunlit Morning

 

A sunlit September morning. Bright balsam-light

planing through poles of Sitka spruce,

ambering under a honeycombed canopy

to tan the leaflitter, its shag of needles,

shale of beech. Now a sound, soft shush

like finest rain, a light spray through the trees;

but there is no rain, no wind. I look up

through the rough furze of spruce

to see a definite motion, a purposeful

swing. The cause imprints momentarily

against pale yellow glare as it scuttles

along a branch: a lithe weasel-like

body with a brush of tail that’s thinned

by the combing of light. It headlongs

up the trunk, then trapezes across

to the next tree and is followed

by another, then another. The trees’

pine-green plumage swishes and sweeps

as three red squirrels make a vertical

slalom to ford the air. I curdle with pleasure:

a remnant of ancient fauna survives

in a hybrid plantation. The lead squirrel

descends to the floor, glances back:

pixie head, monocular gaze

holding me briefly as its forelegs

splay beyond the hunch of back,

the feather of tail. I flick for the others

and when I look again the squirrel is gone.

They are all gone. The woods are silent.

 

 

 

 

Mattino assolato

 

Un mattino assolato di settembre. Intensa luce

balsamica plana tra i tronchi degli abeti di Sitka,

ambrandosi sotto una tettoia ornata di alveari

per brunire la lettiera di foglie, i viluppi di aghi,

scisto di faggio. Ora un suono, dolce fruscio come

di pioggia minuta, un lieve spruzzo tra gli alberi;

ma non c’è pioggia, né vento. Alzo gli occhi

all’ispido ginestrone dell’abete

in cerca di un moto definitio, un oscillare

risoluto. La causa s’imprime brevemente

contro il bagliore giallo pallido mentre sfarfalla

giù lungo un ramo: un piccolo corpo come

di donnola con un pennello di coda sfinato

dal pettine della luce. Risale sfrecciando

il tronco poi si catapulta

verso un altro albero e un altro

lo segue, poi un altro. Il piumaggio

verde pino dell’albero fruscia e struscia

mentre tre scoiattoli rossi fanno uno slalom

verticale per guadare l’aria. Gongolo di piacere:

un residuo dell’antica fauna sopravvive

in una piantagione ibrida. Il capo scoiattolo

atterra, mi guarda a sua volta:

testa da elfo, sguardo monoculare

mi tiene per poco e le zampe anteriori

si estendono oltre la curva del dorso,

la piuma della coda. Cerco gli altri, è un lampo

e quando mi rivolto lo scoiattolo è sparito.

Sono tutti spariti. I boschi sono muti.

 

 

 

 

 

 

Swallows

 

They hurl themselves above an acre of lawn

overlooking a tree-fringed lake. A paradise

of insects inspires them. They’ve lobbed

their fragile bodies over African swamp,

savannah, Saharan vastness, funnelled

into Europe through the Strait of Gibraltar

and flung themselves across to Ireland for this

aerial plankton. They’re quick and agile

as their tiny prey: same darts, direction

changes, that give fly-swatting its tension.

They make it a gambol, their frenzied

metabolism fuelled by the flesh of thousands.

They dip, dive, swoop, loop, swarm

together, reel away, flatten out over

the blades, float up, circle and climb, then

peel off with a flash of sailor-white belly.

Every twist is a gauze of flickering wing;

each smooth-shouldered downstroke a surge

of orbital power, almost gravity-free

in a dart-like form that skims into long

shallow undulations. In sun, they iridesce

with indigo; in shade, they’re swart as plum.

Blurred with speed, the fused pellet of head

and torso bisects a sickle of wing; only

time slows them enough to catch the tail’s

lovely fork, the studs of white decorating

the membrane of its fan. They shark the air,

a dark unruly shoal, voices zipping staccato,

or, now, an unruly chirrip. Grown youngsters

buzz their parents across the grass

and they all rise, chittering, in a vertical dance,

its pinnacle an agape of bill, an insectivorous

kiss. Then they slide down the tent of air

and swerve off. Together, wings and tail

make a double pair, seen when they swing

their rumps forward, give a butterfly-flutter

to slow, to stall, to half-hover over some coarse

flower, transmuting their silhouette

to that Gabriel descended.

 

 

 

Rondini

 

Si lanciano su un acro di prato affacciato

sopra un lago orlato di alberi. Un paradiso

d’insetti le ispira. Hanno lanciato nell’aria

i fragili corpi sulla palude africana,

savana, vastità sahariana, si sono imbucate

in Europa attraverso lo Stretto di Gibilterra

e si sono scagliate in Irlanda per questo

plancton aereo. Sono rapide e agili come la loro

minuscola preda: stessi guizzi, cambi di direzione,

che danno alla caccia alle mosche tensione.

Ne fanno un gioco allegro, il loro frenetico

metabolismo nutrito dalla carne di migliaia di prede.

Calano, si tuffano, piombano, girano, sciamano

insieme, vanno via barcollando, si apiattiscono

sopra fili d’erba, riemergono, girano e scalano, poi

decollano col lampo di bianco marinaro del ventre.

Ogni svolta è la benda di un’ala fluttuante;

ogni colpo d’ala a spalle tese un’ondata

di energia orbitale, quasi senza gravità

in forma di freccia che schiuma in lunghe

basse ondulazioni. Al sole, si iridano

d’indaco; all’ombra, bruniscono in prugna.

Sfocate per la velocità, le palline fuse di testa

e torso si biforcano in una falce di ali; il tempo

soltanto le rallenta abbastanza per cogliere la forcola

leggiadra della coda, le borchie bianche che ne decorano

la membrana del ventaglio. Dilaniano l’aria,

scura massa turbolenta, staccato di voci sfreccianti,

oppure, ora, cinguettio turbolento. Piccoli cresciuti

chiamano i genitori nell’erba, e tutti insieme

si levano, garrendo, in una danza verticale,

il culmine è un’aprirsi di becchi, un insettivoro.

bacio. Poi scivolano giù lungo la tenda d’aria

e scartano. Insieme, ali e coda

fanno due coppie, se le guardi oscillare

coi dorsi in avanti e sfarfallare

per rallentare, fermarsi, librarsi su qualche ruvido

fiore, trasmutando la propria figura

in quella dell’arcangelo Gabriele sceso in terra.

 

 

 

 

 

 

The Black Princes

 

The black princes rise with dusk;

they flower from the leaves of fern

with the sedimentation

of light. They appear

 

as congealing eddies

of air’s semifluid allotrope

or perhaps they’re crepuscular

diffusions from imagination’s

 

dark soil. Twilight has pooled

in the clearing, its hoar breathing

off scrub, through slashes of spruce

corpses, the shimmering birches.

 

An arras of pine bristles

like iron filings electrified

at the brush of a magnet.

Crackle. The darkness shifts,

 

shapes to bulky rakish creatures:

four moose, all male, are printed

on the bluish mist. They have grown

out of bracken, their legs,

 

tall as stamens, their full heads

blossoming from the cups

of their bodies. The lobes

of their spread antlers

 

are gentled by velvet to the soft

contours of ripening fruit. Two

animals are in the centre,

two at opposite sides

 

of the clearing. They pause.

All heads turn watchfully.

The silence convinces.

They relax, return to browsing

 

among the ghostly palisades.

Their heads are plunged. Fronds

swish and crack as they tear.

Antlers stir the vegetation.

 

A small flotilla of moose

is sailing the gauze of dusk

as, from the camber of Earth,

darkness creeps up to stain

 

the chromatogram of sky.

Foreground shapes become flatter.

In the wings they’ve dissolved

in the trees. Night thickens

to cloak the black princes,

to leave them condensed as dark

within dark, umbral flickerings

below the depths of mind.

 

 

 

I principi neri

 

I principi neri si levano al crepuscolo;

sbocciano dalle foglie della felce

con il sedimentarsi

della luce. Appaiono

 

come gelide correnti

di semifluido allotropo d’acqua

o forse sono crepuscolari

diffusioni del suolo scuro

 

dell’immaginazione. Il crepuscolo ristagna

nella radura, la sua brina alita dalla

boscaglia, attraverso tagli su cadaveri

di abeti, le scintillanti betulle.

 

Un arazzo di aghi di pino si rizza

come limatura di ferro elettrificata

allo sfregamento di un magnete.

Scoppietta. L’oscurità si muove,

 

assume la forma di grandi e agili creature:

quattro alci, tutti maschi, sono impressi

sulla nebbia bluastra. Sono metamorfosi

di felci, le zampe,

 

alte come stami, le grandi teste

germogliano dalle coppe

dei corpi. I lobi

delle corna spianate

 

ingentiliti dal velluto sono morbide

sagome di frutta matura. Due animali

sono nel centro,

due ai lati opposti

 

della radura. Si fermano.

Tutte le teste si voltano guardinghe.

Il silenzio convince.

Si rilassano, tornano a brucare

 

lungo gli spettrali dirupi.

Le teste sono immerse. Fronde frusciano

e crepitano mentre le strappano.

Le antenne muovono la vegetazione.

 

Una piccola flottiglia di alci

veleggia nella foschia del crepuscolo

come, dalla curvatura della terra,

l’oscurità risale strisciando per macchiare

 

il cromatografo del cielo.

Forme in primo piano si appiattiscono.

Nelle ali si sono dissolte

negli alberi. La notte si addensa

per ammantare i principi neri,

per lasciarli condensati come buio

nel buio, umbrali tremolii

sotto gli abissi della mente.

 

 

 

MaryMary Montague è cresciuta nella Contea di Fermanagh e ha studiato Genetica e Zoologia alla Queen’s University di Belfast. Ha lavorato per molti anni come insegnante a Derry. La sua prima raccolta, Black Wolf on a White Plain è stata pubblicata da Summer Palace Press nel 2001. Attualmente vive e lavora a Lancaster.

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Categories: Autori Kolibris, Irish Poetry, Kolibris' Authors

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