Ursula Krechel

Schermata 2015-06-18 alle 07.50.28

Von neuem an die Schamschwelle stoßen. Wie kommen die Wörter ins Gedicht? Und wie verbinden die Wörter im Gedicht sich zu Gebilden, die unauflösbar dieses Gedicht sind? Anderswo wären sie semantisch ungebundene Gesellen, lexikalische Streuner, schwankende Rohre im Wind, dem Augenblick hörig, in dem sie benutzt werden, und dann sind sie wieder losgelassen. Wer ihnen symbolisch eine Mark gibt, den strahlen sie mit einem Blitzlichtblick an, eine Wortverbindung, eine Konvention lang verbindlich. Sie bleiben, wo sie niemand hingerufen hat und sind kaum mehr zu vertreiben, auch der Autor, der das Gedicht verantwortet, hat schon fast Mitleid mit ihnen, wo sollen sie hin, wenn es kalt wird, also gnädig, herablassend, inflationär milde gestimmt ins Gedicht. Das Gedicht hat keinen Gegenstand, es ist selbst ein Gegenstand, doch einer, der vor den unpoetischen Augen verschwimmt, der sich erst bildet beim genauen Hinsehen, Lesen, Hören. Ein sich Ballen, sich Zusammenziehen, eine sich sammelnde und wie in einem Magnetfeld ausrichtende Energie, deren Herkunft, deren Wirkmechanismen nur mühsam eruiert werden können. Solange sich niemand für diesen Gegenstand erwärmt, bleibt er starr, abgelöst. Seine fließende Energie, der sich der Autor aussetzt, die er befeuert, der er Einhalt gebietet mit einem stillschweigenden Maßnahmenkatalog, ist rätselhaft. Zufall und Neigung verschränken sich. Und im Korrekturvorgang muß der Autor viele Wörter wieder vertreiben, hinaus aus der Wärmestube, der Autor hat sie nur in einer Aufwallung hineingelassen und ist für ihre Vergangenheit und ihren weiteren Verbleib nicht verantwortlich. Einer Handvoll Wörter schafft er Platz, aber keinen Ruheplatz. Sie können bleiben, doch wird ihnen gleich eine Arbeit angeboten, lebhafte Bewegung, wie auf einer Baustelle, Schwarzarbeit. Wer sich unter ihnen nicht bewegt, wird wieder rausgeschmissen ohne Papiere So gnadenlos sind das Leben und die Poesie sonst kaum gleichzeitig. Für die übriggebliebenen, ungesichert, unabgesichert, ist Platz, Arbeit. Schreibend, montierend, kontrollierend schaut der Autor ihnen zu, wie sie sich aneinanderreiben, miteinander kämpfen. Dort, wo sie gebraucht werden, stehen sie plötzlich scheinbar ganz richtig, zugleich Zeugen, Arbeiter und Produkte eines Arbeitsprozesses in vielen Schichten unter der nächtlichen Flutlichtanlage. (Ursula Krechel, da Auslassungen über das Weglassen).

Di nuovo inciampare sulla soglia della vergogna. Come giungono le parole in poesia? E come si uniscono in poesia parole e immagini che sono indissolubilmente questa poesia? Altrove sarebbero tipi semanticamente irrelati,  vagabondi lessicali, canne ondeggianti al vento, succubi dell’istante, in cui vengono utilizzati, e poi di nuovo liberati. Chi fornisce loro una maschera simbolica, lo fulminano col lampo di uno sguardo, una combinazione di parole, una convenzione a lungo vincolante. Loro restano dove nessuno le ha invitate e non le si può più cacciare, perfino l’autore, che della poesia è il responsabile, ha quasi compassione di loro: dove dovranno andare quando farà freddo, così benevole, presuntuose, inflazionisticamente dolci, votate alla poesia. La poesia non ha oggetto, lo è lei stessa, ma è un oggetto che a occhi impoetici sfuma, che si forma soltanto a una osservazione, a una lettura a un ascolto attenti. Un appallottolarsi, un contrarsi, una energia che in se si raccoglie e si dispone come in un campo magnetico, di cui solo a fatica è possibile rintracciare l’origine, i meccanismi d’azione. Finché nessuno si scalda per quest’oggetto, esso rimane rigido, staccato. La sua energia in corsa, cui l’autore si espone, che alimenta, cui pone un freno con un tacito catalogo di eccezioni, è inesplicabile. Caso e inclinazione si accavallano. E nel processo di correzione l’autore deve scacciare di nuovo molte parole, fuori dalla stanza calda. Solo per sfogo l’autore le ha fatte entrare e non è responsabile del loro passato e del loro permanere. Fa posto per una manciata di parole, ma non è posto di riposo. Possono restare, ma presto verrà loro assegnato un lavoro, movimento vivace, come in un cantiere, lavoro nero. Le parole che non si muovono vengono subito buttate fuori senza documenti. Spietatamente la poesia e la vita sono perciò quasi sempre simultanee. Per quelle che restano, sprovvedute, disarmate, c’è posto, lavoro. Scrivendo, montando, controllando l’autore le guarda strusciare le une contro le altre, combattere le une con le altre. Là dove vengono utilizzate si trovano a un tratto all’apparenza al posto giusto, al contempo testimoni, artefici e prodotto di un processo lavorativo stratificato sotto il notturno ampio fascio luminoso.  (Ursula Krechel, da Dichiarazioni sul sottacere) continua

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