Michael Schmidt, “Una parola che il vento ci ha passato” (anticipazione su Parco Poesia)

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“Chi gettò la radice d’ogni cosa tanto a fondo / che nulla vola via di quel che nominiamo? / Perché possiamo ridere e poi subito piangere / e dare un nome al ridere e alle lacrime? / Qual è la malattia che ci oscura gli occhi? / – Siamo umani perché siamo soli: // tocchiamo e parliamo, ma il silenzio segue / le parole come un’ombra, la mano si ritrae.” Così nella poesia “Parole”, presente nella raccolta d’apertura di questa ricca selezione antologica, Michael Schmidt individua le cause della malattia che ci affligge in quanto esseri umani: la necessità di nominare le cose, piantando le radici della parola nel terreno dell’esperienza indelebile; l’urgenza di spiegare il mondo, piegandolo alla nostra capacità di comprensione, cercando di dare a sentimenti e sensazioni corpo di linguaggio, sapendo però che il silenzio è sempre in agguato, come un’ombra indissolubilmente legata alle parole stesse, e alle esperienze e situazioni, ai sentimenti e alle sensazioni che il significante di volta in volta incarna e riverbera, come una proiezione di significato che non possiamo afferrare e che ci lascia vuote le mani. Di tutta la luce che crediamo di gettare sulla nostra solitudine esistenziale non resta quindi che la notte della nostra stessa essenza di creature transitorie destinate a svanire coi cerchi concentrici dell’eco di ciò che diciamo.

Nella straordinaria poesia “Scrivere”, dalla sezione Scegliendo un ospite, il concetto precedentemente espresso è delineato e approfondito mediante un’ardita quanto complessa e originale metafora: la scrittura è rappresentata come “Una cosa priva di occhi”, che si genera da sé e s’innalza, mattone dopo mattone, come una costruzione, una casa animata, “che con le corna spuntate tocca le pareti che ha cresciuto, / gradualmente abbozzando queste immagini, traducendole / per istinto in un guscio; una gelatina lavorata con sabbia”. La scrittura è dunque l’unica dimora in grado di accoglierci e contenerci, un rifugio che noi stessi, lentamente, parola dopo parola, ci costruiamo intorno come fa la lumaca col suo guscio, per poi trascinarcela sulle spalle in giro per il mondo, per poterci all’occorrenza rifugiare in essa, ritraendo le nostre piccole corna di fronte alla percezione del buio emanato dalle parole, per svanire in esse, trovarvi riparo e apparente conforto.

“Viviamo in una casa di carta”, è il “ritornello” della poesia “Anfione” – che per ritmo, struttura e musicalità  ricorda una ballata – dove la scrittura, ancora una volta, è raffigurata come una dimora, avvolta nel buio ma aperta alla parola: “I muri della nostra casa di carta / sono pagine strappate dai libri; / il soffitto è gotico, buio. / Viviamo in una casa di carta.” Nominare significa per il poeta cercare di fare luce su quel buio, tentare di accendere “una lanterna il cui calore arde / sgorga sul prato e sulla neve”. Il gesto di scrivere implica la ricerca di un possibile adattamento al reale, rispettando le leggi del linguaggio e dell’espressione, per muoversi a tentoni verso il nucleo di senso del discorso, che resta tuttavia sempre parzialmente inafferrabile. Perché il senso a noi concesso è in realtà già tutto dato, esposto: nella materialità del linguaggio, nella consistenza della parola pronunciata. Il senso ripudia e contiene il silenzio che lo circonda e avvolge e protegge, e che lo fa riecheggiare nel vuoto, raddoppiato, quando non moltiplicato come un’eco. La parola è nuda, offerta, la parola si dona e rivela, autentica, al di là del nostro sospetto che possa celare un non detto, che equivarrebbe a una menzogna, a una astuta distorsione del vero: “Non riusciamo a forzare la bocca sigillata. / Forse la scrittura prosegue lungo la gola, / per tutta l’estensione della spira profonda, finché / nel nucleo l’enigma è risolto? Le diamo dei colpetti. / Si frange come un guscio d’uovo. Nel più intimo recesso // la lumaca è raggrinzita come una pera. Siamo delusi / le volte sono interamente bianche, ciò che c’era da dire / era scritto chiaramente sul labbro e là pronunciato”. In questa poesia, che è una delle prime tappe del viaggio poetico di questo libro, è contenuta una vera e propria dichiarazione di poetica che si svolgerà, spiegherà e aprirà gradualmente, tappa dopo tappa, nelle pagine successive.

 

Dall’Introduzione di Chiara De Luca a Una parola che il vento ci ha passato. Poesie 1972-2015, in uscita per Edizioni Kolibris

 

Michael Schmidt è nato in Messico nel 1947. Ha studiato al Wadham College di Oxford. È Professore di Poesia alla Glasgow University, dove è Responsabile del Programma di Scrittura Creativa. Nel 1969 è uno dei fondatori della casa editrice Carcanet Press Limited, di cui è direttore editoriale. Nel 1972 ha fondato la “PN Review”, una delle più importanti e autorevoli riviste letterarie nel panorama della letteratura di lingua inglese. Poeta, narrtore, curatore di antologie, traduttore, critico e storico letterario, è membro della Royal Society of Literature. Nel 2006 gli è stato assegnato un O.B.E. (Officer of the Order of the British Empire) per il servizio reso alla poesia. Di Michael Schmidt è già uscita in Italia l’edizione bilingue di The Stories of My Life (Le storie della mia vita, Kolibris 2015, traduzione di Chiara De Luca).

 

dalla sezione Choosing a Guest (1987)

 

 

Writing

 

The cone-snail shrinks from us. Its mouth is sealed.

Nothing will tempt it out again but washing in the sea.

We gather it with shells and take it home

 

Of the things we collected it’s this we look at first.

It’s edged with tiny stings. We set it on the floor

and bring the reading glass to make it large.

 

It leaks a yellow liquid like a wound.

In the lip it bears a rim of glyphs, crimson on pearl,each

distinct, a text we magnify. These tendril veins

 

bear poison to the stings. If we knew how to read

we’d recognise a language here. The tracery’s a charm

to keep its body whole. An eyeless thing

 

fingering with blunt horns the walls it grew,

gradually sketched these images, translating them

by instinct into shell; a jelly substance worked with sand,

 

fitting itself to sand and sand to it,

observing the reciprocal slow laws

to make its long vault issue from the heart

 

up to the lip and there describe these symbols.

We cannot pry open the fixed mouth.

Does the writing continue in the throat,

 

through the length of the deep whorl, until

at the core the riddle’s solved? We tap it.

It fractures like egg-shell. In the innermost recess

 

the snail is shrivelled hard as a pea. We are deceived

the vaults are white throughout, what there was to say

was clearly written on the lip and spoken there.

 

 

Scrivere

 

La lumaca assassina ci si sottrae. Ha la bocca sigillata.

Nulla la tenterà a uscire di nuovo salvo il tuffo nel mare.

La raccogliamo con le conchiglie e la portiamo a casa.

 

Tra le cose raccolte è lei che guardiamo per prima.

È orlata di minuti pungiglioni. La posiamo sul pavimento

e portiamo la lente per ingrandirla.

 

Essuda un liquido giallo come una ferita.

Sul labbro ha un orlo di glifi, rosso su perla, ciascuno

distinto, un testo che ingrandiamo. Questi viticci venosi

 

portano veleno ai pungiglioni. A sapere come leggerla

vi riconosceremmo una lingua. La magia del disegno

per tenere intero il suo corpo. Una cosa priva di occhi

 

che con le corna spuntate tocca le pareti che ha cresciuto,

gradualmente abbozzando queste immagini, traducendole

per istinto in un guscio; una gelatina lavorata con sabbia,

 

adattando se stessa alla sabbia e ad esso la sabbia,

osservando le rispettive lentissime leggi

per far fuoriuscire la lunga volta dal cuore

 

e risalire al labbro e là descrivere questi simboli.

Non riusciamo a forzare la bocca sigillata.

Forse la scrittura prosegue lungo la gola,

 

per tutta l’estensione della spira profonda, finché

nel nucleo l’enigma è risolto? Le diamo dei colpetti.

Si frange come un guscio d’uovo. Nel più intimo recesso

 

la lumaca è raggrinzita come una pera. Siamo delusi

le volte sono interamente bianche, ciò che c’era da dire

era scritto chiaramente sul labbro e là pronunciato.

 

continua

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Categories: Autori Kolibris, Bilingualism, English Poetry, Kolibris' Authors, Mexican Poetry, Poets writing in a language different from their own mother tongue

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