Matteo Bianchi, La metà del letto

Cover_BianchiNon ci occorre Proust né altro autore o critico per sapere che per un poeta l’opera è l’unica ragione di essere: i suoi amori non esistono se non come materiali che tendono verso di essa e non resteranno che in essa. E tuttavia (come Bianchi sa, vedi Mi manifesto), ci si scopre solo scrivendo di tutt’altro, non di se stessi, e «non tutto è spendibile in versi»: questo Bianchi se lo fa dire da uno dei suoi imprecisati interlocutori, che servono a illuminare, un attimo, di sbieco, quel suo Io che, così pare, più di tanto non soffre: no, non è un disperato, ed è un bene, perché il fertile “soffrire” di tanta poesia di un tempo (e certi suoi sterili echi di cupezza nell’oggi) qui sarebbe una finta. Il punto è che lui, sinceramente, non ha «neppure il conforto» delle sue convinzioni.

Dalla presentazione di Anna Maria Carpi

 

«Canta, o Musa malinconica, / di chi attende il ritorno di sé, coerente, / immagina e sorprende il corpo / in questo purgatorio». Credo che La metà del letto colga in questa quartina una dei suoi apici, toccando la condanna del poeta, quella che già Baudelaire consegnava ad Albatros di sentirsi incarnato. La pena di avvertire l’essere eterno nella carne che non è tale. Il tormento di avere pensieri infiniti prigionieri di un destino non infinito. E in questa denuncia Matteo si fa compagno di pena di ogni essere che sia davvero umano e, cioè, consapevole di questa sua dimensione luciferina, di ex angelo, di deietto, di creatura decaduta, di ek-sistenza, di una perdita dell’Essere nell’esistere. Tutte le religioni, tutte le filosofie e le letterature da qui nascono e a questo mistero fanno ritorno.

Dall’introduzione A Ferrara si guarisce più in fretta, di Roberto Pazzi

 

 

 

 

Da La metà del letto, Barbera Editore, Siena 2015, pp. 128

 

 

 

 

Il buio insegna il bianco.

Soltanto nel buio di un riposo

che non si rassegna

sento l’abbacinarsi della neve.

 

Mi affido a troppa voce

per colmare vacuità

già complete di silenzi.

 

 

 

 

La sigaretta si consuma

tra le dita: ridotto

a un niente

sono io dalla passione.

 

Per prima ti ringrazio

del seguito, della ferita:

noi siamo nel dolore

liberi davvero.

 

Un mozzicone si abbandona

di spalle, si fida della neve

 

nella salvezza che congela.

 

 

 

 

Tu sei i miei secondi

e vorresti sentire

«io ci sarò per sempre?»

A prescindere da ciò che siamo

adesso, nonostante i sentimenti,

io per sempre non lo so dire

e nemmeno tu.

Noi non lo sappiamo dire

– non perché non l’abbiamo imparato –

proprio perché non lo si impara.

 

 

 

 

Il rapporto amoroso con la morte,

la mia resa al lieto fine.

 

20 aprile, oggi

compiresti gli anni

e ne sono trascorsi ventuno

da quella sera, il tuo malore,

le sirene, la corsa in ospedale,

l’operazione disperata.

Ci penso ogni giorno di più,

come se accettassi a parchi bocconi,

a scaglie di pelle,

di tornare con te, di riabbracciarti.

 

Chi non meritava speranza,

«in procinto di morte»,

scandiva il dottore a voce bassa,

restava al pian terreno,

vicino all’uscita, già pronto;

in prestito anche il letto.

I ragazzi non entrarono in stanza:

volevano il ricordo

non fosse corrotto dalle apparenze.

 

Sotto i tubi e i macchinari

mi sedevo al tuo fianco

– trent’anni sposati –

e ti prendevo la mano:

avevi perso la stretta, mio caro,

la stessa con cui mi portavi

dove avevi deciso, per i polsi.

Sapevi te l’avrei sempre permesso,

ma quella sera poche parole

mi furono concesse

prima che udissi il battito andarsene,

sparire da me.

Chissà se mi avrai sentita.

Poi mi raccolse un camice bianco,

l’avrei fatto a pezzi:

tanto in fretta, non ero preparata.

 

 

 

 

Era quello degli dei il mio caffè.

Osservare gli zaini accalcarsi

al binario in attesa del vagone,

mi ricordava il liceo,

le sbarre dorate alla finestra,

l’utero materno.

Forse la mia conoscenza del treno

mi ha permesso una corsa straordinaria,

fuori dal programma esistenziale.

 

Gigli genuini fuori dal vaso.

 

 

 

 

Mi stupiva rientrare
dalla pausa alla sedia
della conferenza e trovare
la tua vuota.
Te n’eri andata
e non mi avevi avvisato.

Alla fine del conto
noi attendiamo sempre
– chiamalo inconscio –
una soluzione ingegnosa
e sorprendente
che ci faccia ridere.

Non avendo pretesa,

o presunzione,

di essere salvati.
Ma tu da me

non saresti più tornata.

 

 

 

 

Era il pacchetto di Camel blu

sulla vecchia radio di famiglia

il lascito di mio papà,

l’ansia che sembrava liberazione.

 

Lui diceva che l’amore,

quello vero, se ne va

come ci ha sorpreso:

non fa domande.

 

 

 

 

Sono solo, Venezia,

e sono complice della tua bellezza.

Le tue curve che aprono il cielo

bilanciano l’asprezza crudele

della pausa rimasta negli occhi,

i vuoti dei troppi pozzi.

È l’istinto di compensare:

il mare ti aggredisce

ad ogni nuova aurora,

non si avvilisce.

Chiunque ti abbia guardata

– il desiderio di tornare

e farti propria –

ti ha resa estranea alla vita,

intoccabile.

«Guadare e non toccare»

sui tuoi zigomi ventosi.

 

 

 

 

L’OMBRA DEL PATIO

 

 

Oggi tu risorgi

ed io mi sento morto.

 

Non c’era legge che mi avesse impedito

di ucciderti,

soltanto una serie di conseguenze

e lo strascico del rimorso.

 

Ponzio Pilato

 

 

 

 

Qui non c’è stato abbastanza silenzio

per redimere il nostro esilio

dalla custodia dell’amore.

 

A Ferrara, che arranca

dopo il terremoto di maggio:

la terra si è scrollata di dosso

qualcosa di superfluo.

 

 

 

MatteoBianchi_fotoMatteo Bianchi, 28 anni, è stato selezionato da Alberto Bertoni tra le voci per l’atlante online di poesia contemporanea dell’Università di Bologna, Ossigeno Nascente, nonché tradotto in inglese, francese e olandese. Ha pubblicato le raccolte Poesie in bicicletta (Este Edition 2007, Premio Lascito Niccolini ’10), Fischi di merlo (Edizioni del Leone 2011, Premio Rabelais ’11, Premio Turoldo ’11), L’amore è qualcos’altro (con Alessio Casalicchio, Empirìa, 2013), e le sillogi L’alba di Ladyhawke (Fara, 2012) e Un’ombra in due (L’Arca Felice, 2014), in parte interpretata dal cantautore Germano Bonaveri. Collabora con il quotidiano “La Nuova Ferrara”, e con le riviste “SITI – Unesco World Heritage Sites Journal”, “Segno”, “QuiLibri”, “L’immaginazione” e “Atelier”, di cui ha curato il numero monografico sulla poetica di Anna Maria Carpi (n. 73, marzo 2014). Suo il blog d’autore “inedito zero” su Repubblica.it e collabora a Punto. Almanacco della Poesia Italiana (puntoacapo Editrice). Numerosi sono i suoi articoli apparsi sul portale Rai Letteratura, mentre suoi reportage e interviste sono usciti su RaiNews.it, Unità.it, “La Stampa” e “Il Centro”. Ha fondato il Collettivo “Corrente Improvvisa”, di cui ha curato l’antologia Poeti di Corrente (Le Voci della Luna, 2013), e ha composto il primo excursus sulla poesia contemporanea a Ferrara, I poeti del Duca (Edizioni Kolibris, 2013). Ferrarese tenace, ha tentato più volte la fuga a Venezia. Si è laureato in Lettere Moderne, anche se ama quelle classiche, e si occupa di comunicazione, ma alla sua maniera.

 

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Categories: Italian Poetry, Novità editoriali, Poesia italiana

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