Stefano Serri, “Nominare la gioia”

 

a cura di Chiara De Luca

 

 

In queste poesie, come già nel Piccolo libro delle poesie felici (L’Ortica, 2014), Stefano Serri si propone di raggiungere uno degli obiettivi più distanti, più difficili del dire poetico: nominare la gioia. La parola “gioia” può sembrare addirittura in antitesi con la poesia, abituati come siamo a trovarvi espresso soprattutto il lato più oscuro dell’animo umano, o i suoi chiaroscuri. Il ricordo dei momenti dolorosi è sempre più vivo, intenso rispetto a quello dei momenti di grazia, degli istanti felici. Il dolore è ciò che più cambia e rafforza, che più forma e influenza. Il ricordo della gioia risulta più rarefatto, sfumato, rivestito di una patina di nostalgia, consegnato all’assenza, alla distanza. Ricordiamo più facilmente uno schiaffo che una carezza, perché lo schiaffo brucia, la carezza invece scivola leggera, lascia un segno soltanto nella mente, e nella mente viene custodita, in una intimità interiore di cui siamo gelosi, in cui di rado ci addentriamo per timore di violare ciò che vi è custodito. La gioia è rapidissima, è un momento di vita troppo intenso per riuscire a descriverlo nel suo accadere, perché non facciamo in tempo a renderci conto della sua presenza che essa è già dissolta. Per questo ci risulta difficile fissarla nella memoria, ed ancor più tornarvi, per racchiuderla in parole, che non ci sembrano mai sufficientemente grandi per contenerla.

Ma Stefano Serri riesce a nominare anche la gioia, così come altrove riesce a nominare lo strazio e il dolore, la speranza e la disperanza, l’assenza e la pienezza di presenza, senza risultare poco credibile o artificioso (come lo sono invece tante poesie forzatamente liete), senza ostentare leggerezza o facile ironia. Lo fa senza perdere l’identità dello stile – composito, eclettico, cangiante – con cui altrove dà di volta in volta forma alla materia amorosa e a quella “civile”, al microcosmo familiare e al sociale, sempre coniugando storia collettiva e destino individuale. La poesia di Stefano Serri non perde mai la sua grazia peculiare, originata dalla musicalità del verso, da un ritmo che non cede, dalla tensione di ogni singola parola, scelta e vagliata con cura tra quelle che più che ci appartengono e che ri-conosciamo. Alla base del fare poetico di Serri c’è la consapevolezza dell’impossibilità per la parola di essere davvero fedele al reale, d’incarnare anche la luce, “di riportare il suono alla meta”, la realtà alla sua sorgente. Tale dolente ammissione è anche la sorgente della sottile vena di malinconia, del pacato senso di mancanza e privazione che serpeggia tra questi versi, senza tuttavia impedire al poeta di provare ugualmente a racchiudere in un pugno di parole il pulviscolo di luce scivolato tra le maglie strette del tempo, per depositarsi in un canto della memoria e offrirlo a mani aperte, a se stesso e all’altro.

Chiara De Luca

 

 

 

 

 

NOMINARE LA GIOIA

 

Arriva chiusa da dove è appena nata

tremula questua di un atto luminoso –

la parola, cavalleresca impresa

di riportare il suono alla meta:

verrà donato all’angolo di strada

al tempo in cui arrivano le voci

al tempo di un semantico festino

macchiato dalla luce.

 

“Nominare la gioia

è un emerito incanto

cerco la verità dentro la cosa

e farmi amare invento –

scoprirsi da soli bisogna

senza la mano che ci consegna.”

 

Un lievitato canto trovare la voce

per dire una cosa – anche una sola

un poco migliore.

 

 

 

 

HOPPER

 

Nessuno sa dipingere il sole nudo:

lo si deve contornare di spiragli, porte, mani

per suggerire che la luce ha direzione.

Vivrei sui tetti per non perdermi i tramonti.

Nei miei versi vorrei scrivere soltanto

un momento di una luce in un mattino:

si scoprono, fermi al suo apparire,

scoprono inizi più lunghi della fine.

 

 

 

 

LA GUANCIA FERITA

 

La guancia ferita non impedisce il sorriso:

cerca di aprire il carcere: cade ogni cenere

e nella bocca il non senso è guarito.

 

Oltre il precetto del nascere

emuli del proprio esistere

vivi il tuo corpo e non lasciare

che l’ombelico si riempia di polvere.

 

 

 

 

LA SERA D’ESTATE

 

D’estate mi arriva addosso la sera

come un vaccino del tempo e non tremo –

lo so, tutto il giorno finisce. Ho la pace

(dovrei anche darla) provo a farmi

un riflesso, non solo fiore che assorbe.

Ogni tramonto rimescola la vita

ti salva dalla fine buia. Ma oggi

c’è luce fino in fondo, per sempre esisto.

 

 

 

 

PUOI BRILLARE

 

Non troverai il mio odore

sulla paglia delle gabbie umane

io resto al buio senza pelo e senza piume

non mi difendo dall’assenza con le case

 

la vita è nomade e non abdica

verranno catturati prima o poi

tutti i migliori pretendenti al trono

io resto in fila al mio posto nel creato

 

aboliamo le possibilità più fredde:

se faremo croci le faremo di luce

e non c’è più tramonto a tarparci

 

cerca felicità nelle tue mani

il tuo lavoro è: organizzare il respiro

senza consumarlo – più che incendio

vivendo i giorni illuminando

 

difendi la tua luce con i polsi

tu piegati per vita e non per rito

conserva la ferita che ferma l’arma

è un canto che avviene

 

lo sai che c’è il fumo e la notte

non chiudere il tuo fuoco

soltanto se vacilla puoi brillare.

 

 

 

 

 

PAESAGGIO LUNGO L’ADDA

 

Ti metterò nel cielo la mia grazia

che è macchia senza bordo

 

è verde che nasconde il viola

e quando si apre c’è riflesso tutto

tutto quello che è giù in basso e senza flusso

ma la macchia ormai mi parla e sono ai bordi

 

gioia di colpi liberi

stendere la materia

coprire il vuoto è una preghiera.

 

 

 

 

IL POETA DEL SABATO SANTO

 

Sono il poeta del sabato santo

delle chiese vuote di pane

di madri che aspettano figli risorti

rami caduti prima del fiore

e nelle pietre spezzate dalle mie parole

scelgo la luce che hanno dentro –

quella luce io canto

quando ancora non è tempo.

 

 

 

 

IL MIO PAESE

 

Ci sono le colline e la madonna ride

perché suo figlio è ancora in braccio

e benedice: senza corona

è il re della vita che aspetta. Nascerà

in una stanza di fianco alla tua, dopo la veglia,

prima verrà la carezza e il tuo corpo

saprà quanto è caldo anche il cielo.

 

 

 

 

VAN GOGH – GIRASOLI E CRISANTEMI

 

I fiori troppo grandi preferiscono

stare da soli: parlano a tu per tu

con l’alto nelle corolle enormi

scacciano il mistero di ogni piccolo

che in polline vola e s’incarna.

 

Nel mio vaso corpo imparo

da girasoli e crisantemi

imparo come il basso nutre l’alto

quando l’acqua è luce e brucia

in petalo fa croce

per l’occhio che in un fiore

cerca natura trova voce.

 

 

 

 

SCUSE DEL POETA

 

Se non sono risorto facendo rotolare

tutta la polvere fuori dalla porta

se nel campo ho lasciato marcire

la spiga – non volevo colpirla –

se al vento non ho opposto il respiro:

scusate, se non sono vissuto

abbastanza curioso sul dopo.

Perdonate a un poeta

il motore truccato, la fine delle ali.

Qualche tassello è caduto, ma credevo

che lì un po’ di verde sarebbe filtrato.

Le rotaie nel viaggio non sempre

le ho accompagnate, trascurando stazioni

illuso da sbarre continue senza capire

che in terra ogni fessura è rotta.

Mi spiace: forse il muro pulito aspettava parole

dentro alcune pietre era già inscritto il nome.

Le pareti della stanza troppo azzurre

e finestre tutte aperte: ma un poeta

se non scrive sulla luce, a cosa serve?

 

 

stefano_serriStefano Serri è nato nella provincia di Modena nel 1980. Laureato in Discipline Teatrali al Dams di Bologna, lavora come infermiere.

Tra le opere più recenti, il romanzo Cuore diverso (Croce editore, 2010) e le poesie di Rumore a sinistra (Incontri editrice 2011);  Il piccolo libro delle poesie felici (Premio Città di Forlì, 2012); Nonostante la fine del mondo. Poesie tra le crepe dell’Emilia (Kolibris, 2013) e Lirico e civile (Oèdipus, 2013).

Ha tradotto e curato la prima antologia italiana del poeta caraibico Ernest Pépin (Il paese nudo, Kolibris, 2013) e del poeta francese Jean-Baptiste Para (La forma esatta dell’incerto, Kolibris, 2014).
Sempre per Kolibris ha curato l’edizione bilingue della raccolta poetica Journal d’un innocent di William Cliff (Diario di un innocente, 2015) e Epopee (in corso di pubblicazione).

Tra le pubblicazioni più recenti in antologie e riviste, il racconto Un cuore di cacao (Corriere di Bologna, 17-8-2013) e i racconti compresi in Micissitudini (Croce Editore, 2013).

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Categories: Italian Poetry, Poesia italiana

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