Michael Schmidt, The Resurrection of the Body/La resurrezione del corpo/La resurrección del cuerpo

 

traduzioni di Chiara De Luca e Rafael Patiño

 

 

 

Intervista a Michael Schmidt

di Steffy Ubah

the original English text is available on the website I Don’t Call Myself a Poet

 

1. Mi racconta qualcosa in più di sé?

Sono nato in Messico, DF nel 1947 e sono cresciuto là. Sono storico della letteratura, traduttore, narratore e poeta.

2. Quando si è reso conto che la sua aspirazione era la poesia?

Da ragazzino, in Messico, m’innamorai della poesia inglese, e cominciai a leggere e a scrivere quando avevo circa sei anni. Iniziai a scrivere versi quando avevo sei anni. Il primo dei miei scritti che si può considerare una poesia vera e propria risale probabilmente a quando avevo vent’anni e me ne andai a studiare negli Stati Uniti.

3. Qual è stata la prima poesia in assoluto che ha scritto?

Non ricordo. A un certo punto, quando avevo otto anni, scrissi un sonetto per ogni giorno stampato in rosso sul calendario e mandai il libro a mia nonna. La prima che ricordo è una poesia alla maniera di William Carlos Williams, che aveva per argomento un ragno.

4. Come definirebbe la poesia?

Come Frank O’Hara, rifuggo dalle definizioni perché nel momento stesso in cui dai una definizione, limiti, riduci, e, ancor peggio, predetermini lo spazio e la struttura che la poesia può occupare.

5. Dove traggono ispirazione la sua creatività e la sua opera e che cosa significa per lei?

Continua a usare il singolare, come se ci fosse una diretta correlazione tra un dove e un cosa, e una poesia. Traggo stimoli dalla poesia antica e come scrittore ho attraversato numerose fasi di apprendistato. È ciò che in genere fanno i poeti, penso, del Quattordicesimo, così come nel Venunesimo secolo. In genere traggo stimoli dalle sfide formali, sillabiche, dall’evitare il piede giambico, ecc. Credo che il lasciarsi affascinare dalla lingua, da come funziona e da ciò che è in grado di fare sia più importante, nel lungo termine, che la questione del contenuto. Non appena una poesia ha un contenuto, inizia a desiderare di avere un utilizzo.

6. Quali sono i poeti che personalmente ama e quale di questi l’ha ispirata?

Se visita il sito di Carcanet Press troverà circa mille poeti che amo. Tra quelli che pubblico, in particolare Sisson, Davie, Ashbery, O’Hara. Tra quelli che non pubblico (parlo del Ventesimo secolo e del contemporaneo, non dei secoli passati, cui appartengono molti dei miei poeti preferiti) Wallace Stevens, Elizabeth Bishop, Keith Douglas.

7. Mi dice una delle sue opere preferite tra quelle che ha realizzato?

Una poesia dal titolo “The Resurrection of the Body” [La resurrezione del corpo]

8. È stato il suo risultato più alto come poeta?

Sì.

9. Quali abilità sono necessarie per scrivere una poesia?

Dipende dalla poesia. Poeti come Williams o Creeley avranno abilità differenti, irriducibilmente differenti, da poeti come Larkin o Bishop.

10. Quali oggetti, persone o ambientazioni la fanno sentire in pace quando scrive?

Solitamente se scrivo lo faccio quando dovrei fare qualcos’altro; trovo che il riposo non contribuisca all’attività di scrittura. La pace arriva quando la poesia è stata scritta, non prima.

11. Da scrittore, che procedimento mette in atto prima di iniziare a scrivere un pezzo creativo?

Non ho un rituale. Scrivo in modo molto discontinuo quando ho un’idea o una commissione.

12. Della sua opera si è detto che possieda “un forte senso dell’inernazionalismo e della ‘correlazione culturale’” Perché?

Perché non sono inglese e perché per me i grandi modernisti anglo-americani parlano ancora con la massima lucidità, e la Gran Bretagna è uno spazio che si fa sempre più ristretto.

13. Lei è editore di Carcanet e direttore della consolidata rivista «PN Review». Il suo editoriale sembra essere scettico rispetto ai poeti che servono il mercato piuttosto che le muse. Potrebbe approfondire questo discorso?

C’è oggi, come mai prima in passato, un mercato della poesia di natura ampiamente didattica, e i poeti possono scrivere per quel mercato. L’insegnamento della scrittura creativa ha innalzato il livello di credibilità degli aspiranti poeti, che imparano i trucchi utili ad adescare gli editori senza mai padroneggiare l’arte della poesia, che non è un’arte commerciale, come può esserlo la narrativa. Il poeta che vende in pubblico e sul mercato potrà guadagnarsi da vivere, ma alla fine scrivere poesia non è altro per lui che una sorta di copywriting.

14. Che cosa consiglierebbe a un aspirante poeta?

Leggere, leggere i poeti contemporanei, e risalire alle origini, e fuori dai nostri territori di comodo. Leggere e imitare i grandi poeti per un po’, giocare con le parole, le frasi, i paragrafi, le strofe.

15. Attualmente sta lavorando a qualche nuovo progetto?

Una storia del romanzo di lingua inglese cui mi sto dedicando da otto anni.

[L’opera di cui parla Michael Schmidt è uscita di recente con il titolo The Novel. A Biography per Harvard University Press]

 

 

 

da/from Michael Schmidt, The Resurrection of the Body
Smith/Doorstop, Sheffield 2007

 

Le traduzioni spagnole sono state realizzate  da Rafael Patiño per il Festival internazionale di poesia di Medellín;

Le traduzioni italiane sono state realizzate da Chiara De Luca per l’edizione bilingue dei Collected Poems di Michael Schmidt, che uscirà per Kolibris nell’autunno del 2014;

altre poesie e traduzioni dalla più recente raccolta poetica di Michael Schmidt, The Stories of My Life sono disponibili nel sito di Poesia di RaiNews24.

 

the Spanish translations were performed by Rafael Patiño for the International Poetry Festival of  Medellín;

the Italian translation were done by Chiara De Luca for a bilingual edition of Michael Schmidts’s Collected Poems (Smith/Doorstop 2009) which will be issued by Kolibris in Autumn 2014;

other poems from Schmidt’s latest poetry collection The Stories of My Life (Smith/Doorstop 2013) are available both in English and in their Italian translation on the poetry webstite of RaiNews24.

 

 

DON JUAN

 

In his cotton shorts, white stockings, his brass-buckled boots,

The dunes came home, in his scalp, in the tight corners

Of his blue eyes. How they brushed and froted him,

His nurse, his elder sister, the hairlipped house-maid,

First dry then wet, with a big striped towel, red and white

Like a barber’s, but he did not bleed, just a few

Scratches on cheek and back, though he cried; he cried

As if they’d sanded him down, as if they’d flayed him.

 

Never again did he go to the beach and never

Swam (because he could swim) again with bright

Mermaids, though he was to remember, to dream

The suck of their lips, the shimmer of their blue tails,

And their hair that was green and silver, their cool breasts

Which they said he could touch, which they held up for his kiss,

Which were firm and round like no fruit he’d ever seen

Or touched or tasted, the nipples sweet and darker,

Sweet in a way he’d not known things could be sweet,

Darker and pointed, a skin like the skin of his lips.

He felt for their legs, long legs, but they had no legs,

Only the handsome flipper, the graceful tail

Where the scales were soft as velvet and stroked both ways,

Silver to turquoise, turquoise back to silver;

They gazed at him as he stroked them in the sea.

 

Had it not been for the sand

He would have returned among them, would have become

A merman, not a poor forked creature, would have been known

As a mender of easy hearts, a man who made love

As other men make shoes, or music, or cheeses.

But sand got into the blood, silted the heart;

 

Now the cinders hurt under his ribs, they’re still red hot

From his eternal banquet with the stone

Host, his father-in-law, and the horse and the plinth

And the list of discarded wives he can’t call to mind

As a face, a voice, a scent, or a taste on the tongue

Though he has an ever after to hunt them down.

 

The roads of his country are paved

With what at first look like cobbles, but are in fact

The half-shells of broken hearts. A traffic of carts

Going home bumps over them, the drivers

Boys who not once knew their father, or why in their own hearts

Sand is, and cinders, hot, and a gnawing as of rats

About their groins, like desire, like hunger and hurt.

They would be handsome if in the blind window frames

A girl appeared, vague with dreaming, a mermaid,

And came into focus, focussed, they could be men,

The man their father was intended to be.

At home the women wear black, their faces are veiled.

They don’t smile, though they once did. They live on their knees.

And the boys drive their carts on the roads home past the bay.

They do not swim. No face out of the waves

Watches them with desire, the sea turns away. It sucks

The shingle and spits; sucks, then spits again.

 

 

 

 

DON GIOVANNI

 

Short in cotone, calze bianche, stivali con fibbie in ottone,

si portò le dune a casa, nel cuoio capelluto, nell’angolo angusto

dei suoi occhi azzurri. E come lo spazzolarono e sfregarono,

la nutrice, la sorella maggiore, la domestica col labbro leporino,

asciutto poi bagnato, con un grande asciugamano a strisce, rosse

e bianche come quello di un barbiere, ma non sanguinava, solo un po’

di graffi sulla guancia e sulla schiena, eppure piangeva; piangeva

come fosse stato sepolto nella sabbia, come fosse stato scorticato.

 

Mai più tornò alla spiaggia e mai più

nuotò (perché sapeva farlo) con radiose

sirene, anche se avrebbe ricordato, sognato

il risucchio di quelle labbra, il bagliore delle code azzurre,

e i capelli verdi e argentei, i seni freschi che gli diedero

il permesso di toccare, che offrirono ai suoi baci,

solidi e tondi come frutti che mai prima aveva visto

o toccato o assaggiato, coi capezzoli dolci e scuri,

dolci come mai avrebbe immaginato si potesse,

più scuri e appuntiti, una pelle come quella delle sue labbra.

A tentoni ne cercò le gambe, lunghe, ma non le avevano,

solo la bella pinna, l’aggraziata coda dov’erano morbide

le scaglie come velluto e carezzevoli in entrambi i versi,

dall’argento al turchese, dal turchese di nuovo all’argento;

lo guardavano mentre le blandiva nel mare.

Non fosse stato per la sabbia

sarebbe tornato tra di loro, sarebbe divenuto

tritone, non una povera creatura biforcata, sarebbe stato noto

restauratore di cuori lievi, un uomo che faceva l’amore

come altri facevano le scarpe, o la musica, o il formaggio.

Ma la sabbia entrò nel sangue, impantanando il cuore;

Ora cenere lo strazia sotto le costole, è infuocata

ancora dal suo eterno banchetto con il convitato

di pietra, padre putativo, e il cavallo e il plinto

e la lista delle mogli respinte di cui non sa rievocare

il volto, la voce, il profumo, o il gusto sulla lingua

anche se ha un’eternità per rintracciarle.

 

Le strade del suo paese sono lastricate con quel che

a prima vista sembrano ciottoli, ma di fatto sono

gusci spaiati di cuori spezzati. Un traffico di carri

che rincasano rimbalzandoci sopra, i conducenti

ragazzi che mai conobbero il padre, o hanno sabbia

dentro i cuori, e cenere, ardente, e rodere di topi

attorno agli inguini, come desiderio, fame e male.

Sarebbero belli se nelle cornici di cieche finestre

spuntasse una ragazza, sbiadita dal sogno, una sirena,

e fosse messa a fuoco gradualmente, fissata, potrebbero

essere gli uomini che i padri volevano che fossero.

A casa le donne vestono a lutto, hanno i volti velati.

Non sorridono, un tempo lo fecero. Vivono in ginocchio.

E i ragazzi guidano i carri sulla via di casa oltre la baia.

Non nuotano. Nessun volto emerge dalle onde a guardarli

pieno di desiderio, il mare si ritrae. Risucchia

ciottoli e sputa; risucchia, poi di nuovo sputa.

 

 

 

 

 

 

DON JUAN

 

Con sus shorts de algodón, sus medias blancas, sus botas con hebillas de cobre,

Llevó las dunas a casa con él, en su cuero cabelludo, en las estrechas comisuras

De sus ojos azules. Cómo lo cepillaron y lo frotaron

Su nodriza, su hermana mayor, la criada de labios leporinos

Primero a secas, después mojado, con una toalla grande de rayas blancas y rojas

Como de barbero, pero él no sangró, apenas tenía unos pocos

Rasguños en las mejillas y en la espalda, aunque lloró; lloró

Como si le hubieran raspado la piel, como si lo hubieran desollado.

 

Nunca más volvió a ir a la playa y jamás volvió a

Nadar de nuevo (porque sabía nadar) con las radiantes

Sirenas, aunque, después recordaría, soñaría con

La succión de sus labios, la irisación de sus colas azules,

Y su pelo que era verde y plateado, sus senos fríos

Que ellas dijeron que podía tocar, y que sostuvieron para que los besara

Que eran firmes y redondos como ninguna fruta que él hubiera visto

O tocado o probado, dulces  y más oscuros los pezones,

Dulces con una forma de dulzura que él no había visto,

Más oscuros y puntudos, la piel como la piel de sus labios.

Palpó en busca de sus piernas, largas piernas, pero no tenían piernas

Solo la hermosa aleta, la garbosa cola

Cuyas escamas eran suaves como terciopelo y al acariciarlas de aquí para allá

De plateadas pasaban a turquesas, de turquesas a plateadas.

Lo miraban fijo cuando las acariciaba en el mar.

 

De no haber sido por la arena

Habría vuelto con ellas, se habría convertido

En un sireno, no una pobre criatura de cola bifurcada; habría sido conocido

Como componedor de corazones fáciles,  un hombre que hacía el amor

Así como otros hacen zapatos, o música, o quesos.

Pero la arena se coló en su sangre, obstruyó el corazón,

Y duele la escoria ahora, tras las costillas, todavía caliente

Por  su eterno banquete con su anfitrión

De piedra, su suegro, y el caballo y el plinto,

Y la lista de esposas desechadas que no puede recordar

Como una cara, una voz, un olor, o un gusto en la lengua,

Aunque tenga todo un futuro para acorralarlas.

 

Los caminos de su tierra están enlosados

Con lo que a primera vista parecen adoquines, pero de hecho son

Las conchas de corazones rotos. Las carretas de paso

Volviendo a casa dan tumbos sobre ellas; los carreteros son

Muchachos que alguna vez conocieron a su padre, o supieron por qué en sus corazones

Hay arena, y rescoldos, calientes, y un roer como de ratas

En su ingle, como el deseo, como el hambre o el dolor.

Serían apuestos si en el marco de las ventanas

Apareciera una muchacha, vagamente soñando, una sirena,

Y fueran claramente enfocadas, podrían más bien ser hombres,

El hombre que sus padres tuvieron la intención de que fuera.

 

En su tierra las mujeres visten de negro y llevan velos en la cara.

No sonríen, aunque solían hacerlo. Viven de rodillas.

Y los muchachos llevan sus carretas camino a casa pasando por la bahía.

No nadan. Ninguna cara los observa desde las olas,

Con deseo, y el mar les da la espalda. Chupa los guijarros

De la playa y escupe; chupa y de nuevo escupe.

 

 

 

 

 

NINE WITCHES

i.

 

The raven I had tucked beneath my arm,

He scritched and scritched. I took his head in hand

And broke the voice o! with a little twist.

I have the beak, the tongue; one curving wing

To fan the fire, raise a breeze, or shade the eyes

If the moon glares white hot and the sparking stars.

 

ii.

 

I’ve been among the mammals gathering off

The rabid wolf ’s chin slather; a doe’s scut, bristles

From a fox’s cheek, the raisins rabbits drop

Up on the hillside. Asleep in the gorse and thorn I found

Your fool cat Scruple, her belly full of mouse and shrew.

Here she is, sharp and scowling in the burlap sack.

 

iii.

 

I lay along the furrow where wheat is newly sown.

I heard thaw in the soil, the earthworms moving, moles

Waking in their dark tunnels, mending their ways.

It was dark with heavy water, zero stars.

From my throat I gargled out the mildew spell.

My shoes and cloak and fists are full of wheat seed.

 

 

iv.

 

I have been to the Euphrates gathering skulls

Quite fresh, the faces on them, the wide eyes

Still full of tears. I gathered them in public highways,

Back gardens, mosques, cars, ditches, hospitals.

Three dozen here are threaded on barbed wire,

All I could drag back. I’ll get more in tomorrow.

 

 

v.

 

It was so cool all day beneath the cradle.

I almost slept the baby’s sleep; when the night was still

I sucked her breath, I breathed her breathing in,

So fresh it was, and sweet, I held it close

Until her fitful body like the night outside

Fell calm. I held it till I got back here.

 

 

vi.

 

I had a knife when I went down the mountain.

I marked my destination with a cross.

I found Avila: the woman bent in prayer,

Teresa, Saint: to pray is labour, making prayer

A holy act like stirring soup, or weaving, sweeping.

I slit her weaving, diced her prayer, I swept her up.

 

 

vii.

 

The murderer was dangling from his noose, out

On the high road by the gibbet (the watchman snored).

Veins watered him a week ago, run dry now.

He sagged, was sallow, peck marks in his eyes.

I stole the shirt and let the ribs show through,

The trousers and the shoes, left him forked and human.

 

 

viii.

 

The screech owl laid nine eggs in my pointed hat,

Bedding them with black down from her breast and tail.

She stayed with them until the moon went up:

She climbed the steep sky with it, screaming, circling.

I took my stinking hat and flew for home

Faster than bird of prey. A soufflé, sisters?

 

 

ix.

 

The latest, the new, the novice witch am I.

I went abroad tonight for apprentice things,

Poppies, hemlock, hen-bane, libbards-bane,

Wild fig from graves, snails, toads and sarin, roaches.

I did not intend to find peach, pear or apple

Or the god of love perched in a loquat laughing.

 

I stole his bow, his blindfold, his winged shoes;

I took his laughter and I left him there

Stricken on his bough, eyes vacant, stopped

As a clockwork bird run down, as a toy outgrown,

Or a child who dreamt he was free but woke up stone.

I share out the laugh with my sisters. We jig on the heath.

 

 

 

 

 

NOVE STREGHE

i.

 

Il corvo che mi portavo sotto il braccio,

gracchiava e gracchiava. Gli presi la testa nella mano

per spezzargli la voce con una lieve torsione.

Ho il becco, la lingua; un’ala incurvata

per ventilare il fuoco, levare una brezza, o schermare gli occhi

se sfolgora la luna bianco ardente e stelle scintillanti.

ii.

 

Sono stato tra i mammiferi a raccogliere

saliva dal mento di un lupo rabbioso; la coda di una femmina di daino,

baffi dalla guancia di una volpe, uva passa rilasciata dai conigli

sul pendio della collina. Addormentata tra rovi e ginestrone trovai

la tua gatta pazza Scruple, col ventre pieno di topi e toporagni.

Eccola, acuta e accigliata nel sacco di tela grezza.

 

iii.

 

Sto distesa lungo il solco del grano appena mietuto.

Ho sentito un disgelo nella terra, vermi in movimento, talpe

al risveglio nelle loro buie gallerie, ai aprivano una strada.

Era una notte d’acqua greve, zero stelle.

Dalla gola gorgogliai un incantesimo di muffe.

Ho scarpe, mantello e pugni colmi di semi di grano.

 

 

iv.

 

Sono stata sull’Eufrate a raccogliere teschi

quasi freschi, i volti, ampie orbite ancora

colme di pianto. Li ho raccolti in pubbliche strade,

giardini sul retro, moschee, fosse, ospedali, case.

Tre dozzine qui sono infilate nel filo spinato,

Tutti quelli che ho potuto trascinare. Ne prenderò di più domani.

 

 

v.

 

Era così fresco tutto il giorno sotto la culla.

Quasi dormivo il sonno della bimba; quando di notte era

quieta, ne suggevo il respiro, ne inspiravo l’inspirazione,

era così fresca, e dolce, l’ho tenuta stretta

finché il corpo incostante come la notte all’esterno

cadde, calmo. L’ho tenuto stretto fino al mio ritorno.

 

 

vi.

 

Avevo un coltello quando di scesi la montagna.

Segnai la mia destinazione con una croce.

Trovai Avila: la donna china in preghiera,

Teresa, Santa: pregare è fatica, dire una preghiera

un gesto sacro come mescolare la zuppa, o tessere, o spazzare.

ho spezzato la sua tela, fatto a pezzi la sua preghiera, l’ho spazzata via.

 

 

vii.

 

L’assassino penzolava dal suo cappio, fuori

sulla pubblica via accanto alla forca (la sentinella russava).

Vene lo irroravano la scorsa settimana, ora erano essicate.

Piegato, giallognolo, con segni di punture negli occhi.

Gli rubai la maglietta portando alla luce le costole,

scarpe e pantaloni, lasciandolo biforcato e umano.

 

 

viii.

 

Il gufo mi depose nove uova nel cappello a punta,

rivestendole di piume nere dal petto e dalla coda.

Lei rimase con loro finché sorse la luna:

risalì il cielo ripido con esso, strillando, volteggiando.

Io presi il mio cappello fetido e volai verso casa

più veloce di un uccello predatore. Un soufflé sorelle?

 

 

 

ix.

 

L’ultima, la nuova, la strega novizia io sono.

Stanotte sono fuori in cerca di cose da apprendista,

papaveri, cicuta, giusquiamo, arnica, ficus aurea

dalle tombe, lumache, rospi e sarin, blatte.

Non erano pesche che cercavo, né pere o mele o il dio

dell’amore che rideva appollaiato sopra un nespolo.

 

Gli rubai l’arco, la benda, le scarpe alate;

gli sottrassi le risate e lo lasciai là straziato

sul suo ramo, con gli occhi spersi, immobile

uccello rotto di un cucù, giocattolo smarrito,

o bimbo che sognava la libertà e si ritrova impietrito al risveglio.

Condivisi le risa con le mie sorelle. Ballammo una giga sulla brughiera.

 

 

 

 

 

NUEVE BRUJAS

 

i.

 

El cuervo que yo llevaba bajo el brazo

graznaba y graznaba. Tomé la cabeza con la mano

y torciéndola un poco hice que callara.

Tengo el pico, la lengua, un ala curva

Para avivar el fuego, levantar una brisa, o dar sombra a los ojos

Si la luna relumbra candente y las estrellas echan chispas.

 

 

ii.

 

He estado con los mamíferos recogiendo

Saliva en la quijada de un lobo rabioso, la cola del gamo hembra,

Cerdas de la jeta de un zorro, bolas de estiércol de conejo,

Allá arriba en el páramo. Durmiendo entre las espinas de la aulaga hallé

A su tonto gato Escrúpulo, el vientre lleno de ratón y arpía.

Aquí está, vivo y coleando en el costal de cáñamo.

 

 

iii.

 

Me tendí en un surco de trigo recién sembrado,

Escuché el deshielo en la tierra, a los gusanos moviéndose, a los topos

Despertando en sus oscuros túneles, enmendándose.

Estaba oscuro bajo la lluvia cerrada, y ni una estrella en el cielo.

De mi garganta como en gárgaras dije el hechizo del moho.

Mis zapatos, la capa, mis muñecas están llenas de semillas de trigo.

 

 

iv.

 

He estado en el Éufrates reuniendo calaveras

Muy frescas, con sus caras, sus grandes ojos

todavía llenos de lágrimas. Los recogí en los caminos,

En los solares, en las mezquitas, los autos, las zanjas, los hospitales.

Aquí tengo tres docenas ensartadas con alambre de púas,

Fue todo lo que pude traer. Mañana conseguiré más.

 

 

v.

 

Estaba tan fresca todo el día debajo de la cuna.

Casi hice dormir al sueño de la bebé, cuando la noche se acalló

Chupé su aliento, aspiré su propia aspiración,

Tan fresca era, tan dulce, que la apreté mucho

Hasta que los espasmos de su cuerpito se calmaron como la noche.

La tuve entre mis brazos hasta que regresé.

 

 

vi

 

Tenía un cuchillo cuando bajé de la montaña.

Marqué mi destino con una cruz.

Encontré Ávila: la mujer inclinada rezando,

Teresa, la santa: rezar es trabajo, orar un acto

Sagrado como revolver la sopa, o tejer, barrer.

Recorté su tejido y en cubitos su oración, la barrí del todo.

 

 

vii.

 

El asesino estaba colgando de la soga, allá

En pleno camino en la horca (roncaba el vigilante).

Las venas que lo regaban hace una semana, estaban secas.

Se doblaba, amarillento, con marcas de picotazos en los ojos.

Me robé la camisa y dejé que se vieran sus costillas,

Y los pantalones y los zapatos, dejando sus piernas al aire, humano.

 

 

viii.

 

La lechuza puso nuevo huevos en mi sombrero puntiagudo,

Cubriéndolos con plumón negro del pecho y la cola.

Se quedó con ellos hasta que salió la luna:

Subió con él a lo alto del cielo, chillando, en círculos.

Yo tomé mi apestoso sombrero y  volé hasta mi casa

Más rápido que un ave de rapiña. ¿Quieren suflé, hermanas?

 

 

ix

 

La última, la nueva, la bruja novicia soy yo.

Esta noche salí en busca de cosas de novata,

Amapolas, cicuta, beleño, árnica, higuera silvestre

De tumbas, caracoles, sapos y sarin, cucarachas.

Mi intención no era encontrar duraznos, peras o manzanas

O al dios del amor posando riéndose en un níspero.

Le robé su arco, su venda, sus zapatos alados;

Tomé su risa y lo dejé allí

Golpeado en la rama, la mirada ausente, detenido

Como el cucú de un reloj dañado, como un juguete dejado atrás,

O un niño que soñó ser libre pero al despertar era de piedra.

Comparto la risa con mis hermanas. Bailamos una giga en el brezal.

 

 

 

 

 

 

JACOB AND THE ANGEL

And when he saw that he prevailed not against him, he touched the hollow of his thigh; and the hollow of Jacob’s thigh was strained, as he wrestled with him.

 (Genesis 32. xxv)

 

‘He fell into the darkness and I caught him.

His eyes were closed, he did not wish to see

A man embrace him, he being an angel.

As long as he kept his eyes shut his lips could sing

Against my skin, he was so new, his hair

Feathering at the nape, his chest and sides

Smooth, his legs and thighs, not a hint of down,

An aura merely, the face rapt with desire.

What colour were his eyes? He kept them closed,

Like Cupid, blind, and would not meet my eye.

 

‘That was the wrestle I had with the angel.

It was not about naming. I witnessed him,

Each inch of him I touched and kissed and loved

But he, who took the worship from my fingers,

Who drained me of desire, who made me love,

Left, though I held him hard, left though I held him,

Eyes screwed tight shut, bolted down, he went

Out of my arms like vapour, like a sigh.

 

‘They say we wrestled: he came down and challenged.

It is not so. I had been there already

Almost asleep, he fell into my arms

And how could I not love him? Let me say:

He was an angel but he had no wings;

He was light and luminous and left behind

A darkness and a blindness, I was blind

Because he did not look at me or name me.

Imagine that: my fingers on his face

Could not prise up his eyes. We lay there breathing

After a long night. That’s when they found us

And tried the story out that we’d been wrestling,

He was an angel, I was Jacob. He changed my name.

I said it had been so and he said nothing.

He was away, trailing his shirt, he vanished.

I said it had been so, yes, he had named me.

‘The place I called Peniel because I saw

God’s face and lived, and lived to tell the story.

I did not see his eyes, though, just his face,’

And the sun rose upon him and he passed over.

 

 

 

 

 

GIACOBBE E L’ANGELO

Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.

(Genesi 32. xxv)

‘Cadde nelle tenebre e lo afferrai.

Aveva gli occhi chiusi, non voleva vedere

un uomo abbracciarlo, essendo lui angelo.

Finché tenne gli occhi chiusi le labbra poterono cantare

contro la mia pelle, era così nuovo, i capelli

in ciocche sulla nuca, il petto e i fianchi

lisci, gambe e cosce, non un accenno di peluria,

un’aura solamente, il volto rapito di desiderio.

Di che colore aveva gli occhi? Li teneva chiusi

come Cupido ciechi, non avrebbero incontrato i miei.

 

‘Fu questa la mia lotta con un angelo.

Non si trattava di nominarlo. Ne fui testimone,

ogni spanna di lui che toccai e baciai e amai

ma lui, che mi tolse la venerazione dalle dita,

che mi prosciugò del desiderio, che mi fece amare,

se ne andò, seppure lo stringessi, seppure lo tenessi,

con gli occhi serrati, sigillati, scivolò via

dalle mie braccia come vapore, un sospiro.

‘Dicono che lottammo: lui scese e mi sfidò.

Non è così. Io là c’ero già stato,

assopito, mi cadde tra le braccia

e come potevo non amarlo? Lasciate che prosegua:

Era un angelo ma non aveva le ali;

era lieve e luminoso e si lasciò alle spalle

un’oscurità, una cecità, ero cieco

perché non mi aveva guardato né nominato.

Immagina questo: le mie dita sul suo viso inette

a sentirne gli occhi. Giacemmo là respirando

dopo una lunga notte. È allora che ci trovarono

e inventarono la storia che avessimo lottato.

Era un angelo, io ero Giacobbe. Lui mi cambiò nome.

Dissi che così era stato e lui non disse nulla.

Se ne andò strascicando la veste, svanì.

Dissi che era andata così, sì, mi aveva dato un nome.

‘Il luogo che chiamai Peniel perché lì vidi

il volto di Dio e vissi, e vissi per raccontarlo.

Non vidi i suoi occhi, però, solo il suo volto,’

E il sole sorse sopra di lui e lui ascese al cielo.

 

 

 

 

 

JACOB Y EL ÁNGEL

Y cuando el varón vio que no podía con él, tocó en el sitio del encaje de su muslo, y se descoyuntó el muslo de Jacob mientras con él luchaba .

Génesis, 32, 25

 

 

“Cayó en la oscuridad y yo lo atrapé.

Tenía los ojos cerrados, no deseaba ver

A un hombre abrazándolo, siendo él un ángel.

Mientras mantenía cerrados los ojos, sus labios podían cantar

Contra mi piel, era tan nuevo, el pelo

Que le salía en la nuca, el pecho y los costados.

Sus piernas y muslos suaves, sin nada de vello,

Apenas un aura, el rostro embelesado de deseo.

¿De qué color eran sus ojos? Los seguía cerrando,

Como Cupido, ciego, y eludía mis miradas.

 

“Esa fue la lucha que tuve con el ángel.

No se trataba de darle nombre. Yo fui testigo suyo,

Toqué cada pulgada suya y la besé y la amé,

Pero él, que tomó la adoración de mis dedos,

Que me despojó del deseo, que me hizo amar,

Se fue aunque lo sujeté con fuerza, se fue

Con los ojos muy cerrados, muy rápido hacia abajo,

Se fue de mis brazos, como vapor, como un suspiro.

 

“Dicen que luchamos: descendió y me desafió.

No fue así. Yo ya había estado allí

Casi dormido; cayó en mis brazos,

¿cómo podía no amarlo? Permíteme contarte:

Era un ángel pero no tenía alas:

Era ligero y luminoso y dejó tras de sí

Una oscuridad y una ceguedad, yo quedé ciego

Porque él no me miró ni me nombró.

Imagínate: mis dedos sobre su rostro

No pudieron sentir sus ojos. Tendidos los dos respirando

Después de una larga noche. Así nos encontraron

E inventaron el cuento de que habíamos luchado.

Él era un ángel, yo era Jacob. Él cambió mi nombre.

Yo dije que las cosas habían sido así y él no dijo nada.

Se fue arrastrando su manto, desapareció.

Dije que las cosas había sido así, sí, y él me había puesto un nombre.

 

“Llamé al sitio Peniel porque allí ví

El rostro de Dios y viví, viví para contarlo.

No vi sus ojos sin embargo, solo su rostro”,

Y el sol salió sobre él, y desapareció.

 

 

 

 

 

 

THE RESURRECTION OF THE BODY

“…So will I melt into a bath to washe them in my bloode…”

                             S. Robert Southwell S.J.

 

The cellar floor is swept. Women are weeping

Like shadows in torchlight, around the straw pallet they hover,

The soon-to-be-mourners, a dozen, discarding their shawls,

Unpinning their hair. It’s so hot in the cellar of death.

Professional, they know what’s to come:

She will shrug, shiver, jaw drop open, let go.

 

Led out of blinding daylight the Healer comes down.

He raises his hand and stills the scrum of women.

He comes down like a lamp into a cavern,

Gathering from sweltering noon light a cool glow.

He comes as if out of the desert sequinned with dew

And his gaze, austere, not unkind, goes through the women

Settling on the parched form stretched on the pallet,

Human, almost beyond pain, but not a child.

The man did say child but she is almost a woman,

Her delicate feet, long legs, the down at her crotch,

Flat belly, firm, the handsome small domes of her breasts

Panting, panting, not a child, though her father, grieving,

Insists, believing, a child. So he says to her, child.

She focuses her dark gaze on his amazing pallor,

Her fever like a bruise against him. She closes her lips

Reaching for a sheet, the rolled winding sheet, for cover

But he makes her calm, she understands, her lips now parted

Rapt, she holds her breath (she has breath to hold now).

She watches him, he bends down to her, to lift her up,

His shirt falls open, she sees where the wounds will be.

What does he feel when he gathers her hot and shivering

Off the pallet, hardly a weight, so smooth, and all

The smells upon her, faeces and stale sweat, the scent

Of her scalp, and her breath quite sweet, a surprise;

That hot smooth flesh, that shit and flowers, urine

And something else; and the haze of down on her arms

Up to the elbows, then the quite smooth darkness,

Substance of shadow, her flesh, so smooth, and the breathing

Not weary or fretful now in that limp body;

What does he feel, seeing his own white arm beneath her dark hair,

When he knows what he holds, and what it does to his legs,

To his groin, his bowels, to his rapid heart? He holds her

And out of his chest where she is pressed against him

Flows that unusual grace which is rooted in muscle,

Which comes from the marrow and lymph, which is divine,

The grace of a man whom love has turned into God,

The love of incarnate God whose flesh knows the name of his creature.

He holds her the way his mother will soon cradle him,

Passion giving life, or love; and then compassion.

And what does she feel? Who can know what she feels?

What you would feel, or I, pressed close to his chest,

To his cool skin, his smell of the dust of the road,

Of hearth fires, of wine, the touch of his hair, of bread…

What does she feel? She feels love, she feels his desire

Confusing her, desire but not need, he holds her

Tenderly, his lips to her shoulder and hair.

 

Out of the cellar he bears her into the air

Shedding her pestilence and the sun dissolves it.

A crowd has assembled. He walks among the crowd

With his light burden, they watch and withdraw, afraid,

Conjuror, they see the girl gaze in his eyes.

 

At the well he sets her down, she can stand on her own.

At the well she stands straight as a reed and Jesus bathes her,

First her hair, he pours water from a hollowed gourd,

Then her ears and eyes and lips, her face, her neck,

Her heart and hands, her back, her belly, her long thighs,

He washes her feet as if she were a child.

The fever has passed. She calls him father, father

Though the man who is her father stands beside him.

She calls him father. He wraps her in his own shirt.

 

 

 

 

 

LA RESURREZIONE DEL CORPO

“…So will I melt into a bath to washe them in my bloode…”

                             S. Robert Southwell S.J.

 

Spazzano il suolo della cantina. Donne sono in lacrime come

ombre alla luce delle torce, attorno al pagliericcio indugiano,

destinate in breve al lutto, una dozzina, scartando gli scialli,

sciolgono i capelli. Fa così caldo nella cantina della morte.

Professionali, sanno quel che sta per avvenire:

Lei scrollerà le spalle, tremerà, aprirà la bocca, si lascerà andare.

 

Da luce accecante emerge il Guaritore.

Leva la mano e acquieta la calca di donne.

Scende come una torcia in una caverna,

assumendo dell’afoso meriggio un freddo bagliore.

viene come uscisse dal deserto imperlato di rugiada

e il suo sguardo, austero, non scortese, traversa le donne

per fermarsi sulla sagoma riarsa stesa sul pagliericcio,

umana, quasi al di là della pena, ma non bambina.

L’uomo aveva detto bambina ma è quasi una donna,

ha piedi delicati, gambe lunghe, il vello dell’inguine,

il ventre piatto, sodo, le piccole dune aggraziate dei seni

ansante, ansante, non bambina, sebbene il padre, afflitto,

insista, convinto, una bambina. Così lui le dice, bambina.

Lei concentra lo sguardo buio sul suo sconcertante pallore,

La sua febbre come un livido contro di lui. Chiude le labbra cercando

di raggiungere il lenzuolo, l’avvolgente lenzuolo arrotolato per coprirsi

ma lui la fa calmare, lei capisce, ora le labbra sono schiuse

rapite, trattiene il fiato (ora ha fiato da trattenere).

Lo guarda, lui si china su di lei, per sollevarla,

la sua camicia si apre, lei vede dove saranno le ferite.

Cosa sente lui quando la solleva calda e tremante

dal giaciglio, quasi senza peso, così liscia, e tutti

gli odori su di lei, feci e sudore vecchio, l’odore

del cuoio capelluto, e il fiato quasi dolce, una sorpresa;

quella calda carne liscia, quelle feci e fiori, urina

e altro ancora; e quel velo di peluria sulle braccia

fino ai gomiti, poi l’oscurità perfettamente liscia,

sostanza d’ombra, la sua carne, così liscia, e il respiro

ora non più affaticato e nervoso in quel corpo floscio;

Cosa sente lui, vedendo il proprio braccio bianco sotto quei capelli neri,

quando sa cosa tiene, e cosa fa alle sue gambe,

al suo inguine, alle sue viscere, al suo rapido cuore? Lui la tiene

e fuori dal petto contro cui se la preme

scorre l’inconsueta grazia radicata nel muscolo,

che viene dal midollo e dalla linfa, che è divina,

la grazia di un uomo che l’amore in Dio ha trasformato,

l’amore del Dio fatto uomo la cui carne sa il nome della sua creatura.

Lui la tiene al modo in cui sua madre presto lo cullerà,

passione che dà la vita, o amore; e poi compassione.

E cosa sente lei? Chi può sapere cosa senta?

Cosa sentiresti tu, o io, premuto stretto contro il suo petto,

contro la sua pelle fredda, l’odore della polvere di strada,

dei fuochi del focolare, del vino, il tocco dei capelli, della barba…

Cosa sente lei? Lei sente amore, sente il desiderio di lui

che la confonde, desiderio non bisogno, lui la tiene

teneramente, con le labbra premute sulle spalle e sui capelli.

 

Fuori dalla cantina la porta all’aria

versandovi la pestilenza che il sole dissolve.

Una folla si è radunata. Lui cammina tra loro col lieve

fardello, loro guardano e indietreggiano, intimoriti,

stregone, vedono la ragazza guardarlo negli occhi.

 

Accanto al pozzo la depone, ora può stare in piedi da sola.

Sta dritta come una canna accanto al pozzo e Gesù ve la immerge,

prima i capelli, versa acqua da una zucca svuotata,

poi le orecchie e gli occhi e le labbra, il viso, il collo,

il cuore e le mani, la schiena, il ventre, le lunghe cosce,

le lava i piedi come fosse una bambina.

La febbre è passata. Lei lo chiama padre, padre

sebbene il vero padre stia in piedi accanto a lei.

Lei lo chiama padre. Lui l’avvolge nella sua camicia.

 

 

 

 

 

LA RESURRECCIÓN DEL CUERPO

…So will I melt into a bath to washe them in my bloode…

S. Robert Southwell, S.J.

 

Barrido ha sido el piso el sótano. Lloran las mujeres

Como sombras de antorchas, dieron vueltas en torno a la estera

Aquellos, una docena, próximos dolientes, descartando sus mantos,

Soltando su cabello. Hace tanto calor en el sótano de la muerte.

Profesionales, saben lo que va a suceder:

Ella se estremeció, tembló, abrió la boca, se dejó ir.

 

Saliendo de la cegadora luz del día, el Sanador desciende.

Alza la mano y calma el revoltijo de mujeres

Desciende como un farol a la caverna,

Asumiendo del sofocante mediodía un fresco brillo.

Viene como del desierto con lentejuelas de rocío

Y su mirada, austera, no cruel, atraviesa a las mujeres

Y se posa en la figura reseca tendida en la estera,

Humana, casi más allá del dolor, pero no una niña.

El hombre le había dicho niña pero era casi mujer,

Sus delicados pies, las largas piernas, el vello en la entrepierna,

El vientre plano, firme, los hermosos, pequeños domos de sus senos

Jadeando, jadeando, no una niña, aunque su padre, doliente,

Insiste, la cree, niña. Así que le dice, niña.

 

Qué siente él al alzarla caliente y temblorosa

De la estera, casi sin peso, tan suave, y con todos

Esos olores, heces y sudor revenido, el olor

De su cuero cabelludo, y su aliento tan dulce, sorprendente;

La piel suave y caliente, la mierda y las flores, la orina

Y algo más; y la humedad del vello en sus brazos

Hasta los codos, luego la muy oscura suavidad,

Sustancia de sombra, su carne, tan suave, y el aliento

No cansado o quejoso ahora en el descoyuntado cuerpo;

¿Qué siente él, al ver sus propios brazos blancos bajo su pelo oscuro,

Sabiendo lo que sostiene, y lo que esto le hace a sus piernas,

A su entrepierna, sus entrañas, su palpitante corazón? La sostiene

Y del pecho donde la aprienta contra él

Fluye la insólita gracia que tiene su raíz en sus músculos,

Que procede de la médula y la linfa, que es divina,

La gracia de un hombre a quien el amor ha convertido en Dios,

El amor del Dios encarnado cuya carne sabe el nombre de su criatura.

La sostiene así como su madre pronto lo sostendrá contra su pecho,

La pasión que da vida, o amor; y luego, compasión.

 

¿Y qué siente ella? ¿Quién puede saber lo que ella siente?

¿Qué sentirías tu, o qué sentiría yo, apretados contra su pecho,

Contra su piel fresca, su olor de polvo del camino,

Del fuego de hogares, de vino, el tacto de su cabello, del pan…

Qué siente ella? Ella siente amor,  siente su deseo,

Confundiéndola, el deseo pero no la necesidad, la sostiene

Con ternura, sus labios tocando su hombro y su cabello.

 

Del sótano la llevó afuera al aire puro

Despojándola de la pestilencia que el sol disolvió.

La gente se aglomeró. Camina entre la multitud

Con su ligera carga, lo miran y se retiran, temerosos,

Brujo, ven que la muchacha lo mira a los ojos.

 

La deposita al lado del aljibe, se puede parar por sí sola.

Junto al aljibe se pone de pie derecha como una caña y Jesús la baña,

Le lava primero el pelo, echándole agua con una calabaza hueca,

Luego las orejas, los ojos y los labios, la cara, el cuello

El corazón y las manos, la espalda, el vientre, los largos muslos,

Lava sus pies como si fueran los de una niña.

La fiebre ha bajado. Le dice padre, padre

Aunque el hombre que es su padre está al lado de él.

Le dice padre. Y él la envuelve con su propio manto.

 

 

 

 

 

 

NOT YET

 

My father said he’d have to cut the tree down,

It was so high and broad at the top, and it leaned

In towards the house so that in wind it brushed

The roof slates, gables and the chimney stone

Leaving its marks there as if it intended to.

 

We said, don’t cut it yet, because the tree was so full

Of big and little nests, of stippled fruit.

In spring and summer it spoke in a thousand voices,

The chicks upturned for love, the birds like fishes

Swimming among the boughs, and always talking.

 

And then a day came when the chicks woke up.

Love was all over, they tumbled from their nests

Into the air, ricocheted from a leaf, a branch,

Almost hit the ground, then found their wings

And soared up crying, brothers, sisters, crying.

Then the nests were vacant. Now we must cut the tree,

My father said. Again we begged, not yet,

Because with autumn the freckled fruit began

To turn to red, to gold, like glowing lamps

Fuelled with sweetness filtered from the soil

 

And scent that was musk and orange, peach and rose.

And when they dropped (they grew on the topmost branches,

Could not be picked, we took when it was offered)

We wiped them clean and sliced out the darkening bruise

Where they’d bounced on the yellow lawn, by then quite hard

 

With winter coming. The fruit were so much more than sweet,

Eve fell for such fruit and took Adam with her:

No serpent whispered, no god patrolled the garden.

Only my father. Again, not yet, we said, remembering

What winter had to do with our huge bent tree,

 

Once it had got the leaves off. We knew the hoar-frost

Tracery and the three-foot icicles

And how it simply was, the December moon

Lighted upon it and hung in its arms like a child.

Not yet, we said, not yet. And my father died,

 

And the tree swept the slates clean with its wings.

The birds were back and nesting, it was spring,

And nothing had altered much, not yet, not yet.

 

 

 

 

 

NON ANCORA

 

Mio padre disse che bisognava abbattere l’albero,

era così alto e ampio sulla cima, e si protendeva

verso la casa tanto che con il vento sfiorava

le tegole del tetto, i frontoni e la pietra del comignolo

lasciandovi i suoi segni come con intenzione.

Noi dicevamo, non abbatterlo ora, perché l’albero era

così pieno di grandi e piccoli nidi, di frutta lentigginosa.

In primavera e in estate parlava la lingua di mille voci,

gli uccellini rovesciati per amore, gli uccelli come pesci

che nuotavano tra i rami, e sempre chiacchierando.

 

E poi venne il giorno che i piccoli si destarono.

L’amore era finito, rotolarono dai nidi

nell’aria, rimbalzati da una foglia, un ramo,

quasi sul terreno, poi trovarono le ali

si librarono strillando, fratelli, sorelle, strillando.

Poi rimasero deserti i nidi. Ora dobbiamo tagliarlo,

disse mio padre. Di nuovo implorammo, non ancora,

perché con l’autunno la frutta picchiettata iniziava

a volgere al rosso, all’oro, come lampade ardenti

alimentate di dolcezza filtrata dal suolo

e profumo che era di muschio, d’arancio, di pesca e di rosa.

E quando caddero (crescevano sui rami più alti non potevamo

raccoglierli, li prendevamo soltanto quando ci erano offerti)

li strofinammo e tagliammo le ammaccature che andavano scurendo

nel punto che aveva battuto sul prato ingiallito, ma poi molto forte

 

con l’inverno in arrivo. La frutta era così ben più che dolce,

Eva cadde per un simile frutto e trascinò Adamo con sé:

nessun serpente che sussurrava, nessun giardino pattugliato.

Solo mio padre. Di nuovo, non ancora, dicevamo, ricordando

quel che dell’enorme albero curvo l’inverno doveva ancora fare

una volta che avesse perso le foglie. Conoscevano

della brina gelata il disegno e i ghiaccioli tripodi

e come fosse semplice, la luna di dicembre

lo illuminava e come un bambino tra le braccia gli stava,

Non ancora, dicevamo, non ancora. E mio padre morì,

 

e l’albero ripulì per bene le tegole con i suoi rami.

Gli uccelli tornarono e fecero il nido, era primavera

e nulla era molto cambiato, non ancora, non ancora.

 

 

 

 

 

TODAVÍA NO

 

Dijo mi padre que tenía que talar el árbol,

Era muy alto y espeso en la copa, y caía

Hacia la casa de modo que con el viento raspaba

Las tejas de pizarra, los gabletes y la chimenea

Dejando allí marcas como de intento.

 

Le dijimos, no lo corte todavía, por estar tan lleno

De nidos grandes y pequeños, de abundantes frutas.

En primavera y verano hablaba  con mil voces,

Los pichones ebrios de amor, los pájaros como peces

Nadando entre las ramas, y siempre cantando.

 

Y luego un día llegó cuando despertaron los pichones,

El amor se acabó, cayeron de sus nidos

Al aire, rebotaron sobre hojas, sobre ramas,

Casi cayeron al suelo, pero encontraron sus alas

Y alzaron vuelo chillando, hermanos, hermanas, chillando.

 

Y los nidos quedaron vacíos. Ahora debemos talarlo,

Dijo mi padre. De nuevo le rogamos, todavía no,

Porque con el otoño las frutas moteadas empezaron

A volverse rojas, o doradas, como faroles luminosos

Alimentadas con dulzura filtrada de la tierra.

 

Y un olor de almizcle y naranja, de durazno y de rosa.

Y cuando caían (se daban en las ramas de la copa,

No se podían coger, tomábamos solo su oferta)

Las limpiábamos y cortábamos las oscuras magulladuras

Hechas al caer en el prado amarillo, muy duro entonces.

 

Al llegar el invierno, las frutas eran mucho más dulces,

Eva cayó por una fruta de esas, y arrastró a Adán con ella:

Ninguna serpiente susurró, ningún dios cuidaba del  jardín.

Solo mi padre. De nuevo, todavía no, dijimos, al recordar

El efecto del invierno en el enorme árbol inclinado.

 

Una vez se deshizo de todas sus hojas. Vimos la huella

De la escarcha y los carámbanos de casi un metro

Y como era simplemente que la luna de diciembre

Se posaba en él y colgaba de sus brazos como una niña.

Todavía no, dijimos, todavía no. Y mi padre murió.

 

Y el árbol barrió por completo las tejas con sus alas.

Los pájaros regresaron y anidaron, ya era primavera,

Y nada había cambiado mucho, todavía no, todavía no.

 

 

 

Michael Schmidt author portraitMichael Schmidt was born in Mexico in 1947. He studied at Harvard and at Wadham College, Oxford. He is a founder (1969) and editorial and managing director of Carcanet Press Limited, and a founder (1972) and general editor of PN Review. He has written poetry, fiction and literary history, and is a translator and anthologist. A Fellow of the Royal Society of Literature, he received an O.B.E. in 2006 for services to poetry and higher education.

Michael Schmidt è nato in Messico nel 1947. Ha studiato ad Harvard e al Wadham College, Oxford. È professore di poesia all’Università di Glasgow. È tra i fondatori della casa editrice Carcanet Press, di cui è direttore editoriale, così come dell’autorevole rivista di poesia «PN Review». È poeta, narratore, critico e storico letterario. Membro della Royal Society of Literature, ha ricevuto un O.B.E. nel 2006 per i servizi resi nell’ambito della poesia e dell’educazione superiore.

Michael Schmidt nació en México el 2 de marzo de 1947. Tiene nacionalidad británica. Poeta, ensayista, traductor y editor-fundador de PN Review y de Carcanet Press en Gran Bretaña. Profesor de poesía de la Universidad de Glascow, realizó estudios en la Universidad de Harvard y en la Universidad de Oxford. Poeta, narrador, ensayista, traductor Michael Schmidt es autor de originales obras de crítica sobre poesía clásica y contemporánea. Es miembro de la Royal Society of Literature y recibió el Premio OBE por su trabajo en favor de la poesía y de la educación superior.

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  1. Le storie della mia vita – Michael Schmidt | Alessandro Canzian
  2. Michael Schmidt, Le storie della mia vita | Edizioni Kolibris

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