Carmen Bugan: Senza una patria

 

 

traduzioni di Chiara De Luca,  foto di Catalin Bugan 

 

© Catalin Bugan

The five of us like fingers to a hand / Noi cinque come le dita di una mano

 

A settembre di quest’anno, Edizioni Kolibris pubblicherà On the Side of Forgetting/Sulla riva dell’oblio, raccolta antologica che presenterà per la prima volta in Italia l’intera opera poetica di Carmen Bugan e alcuni saggi e riflessioni sulla lingua, l’esilio, la poesia, le conseguenze del fatto di essere la figlia di un dissidente politico sotto il regime di Ceausescu.

Per introdurvi Carmen, la sua storia e la sua opera, pubblichiamo qui un’intervista che Kelvin Corcoran le ha fatto in previsione del programma televisivo The Man who Went Looking for Freedom [L’uomo che andò in cerca della libertà] e della trasmissione radiofonica che la BBC ha dedicato al ritorno dei Bugan in Romania. Carmen spiega cosa significhi essere la figlia di un dissidente politico, arrestato e imprigionato per aver protestato apertamente contro il regime di Ceausescu e delle conseguenze che tale ribellione in nome della libertà ha comportato per la sua famiglia, costretta all’esilio negli Stati Uniti. Carmen racconta cosa significhi abitare quattro lingue, che cosa ciascuna di essere rappresenti per lei, spiegando il motivo per cui ha deciso di scrivere in inglese invece che nella sua madrelingua, riandando con la mente ai dolori, ma anche le gioie della nuova vita in esilio, ricordando gli incontri (Allen Ginsberg, David Cope, James Simmons…).

Insieme a Corcoran, Carmen ripercorre in questa intervista la genesi della sua raccolta poetica The House of Straw (Shearman, 2014) e del memoriale Burying the Typewriter, le due opere da cui è stato tratto il programma che verrà trasmesso dalla BBC sabato 29 novembre, fino a fornire anticipazioni sulle sue due nuove opere, prosa e poesia, in corso di scrittura, ispirate dalle ricerche compiute dall’autrice su 4.500 pagine di documenti segreti relativi a lei e alla sua famiglia custoditi negli archivi della polizia segreta rumena.

Per accompagnare l’intervista abbiamo scelto alcune poesie di Carmen Bugan dalle sue due raccolte poetiche The House of Straw e Crossing the Carpathians e alcune foto di Catalin Bugan, fotografo professionista e fratello dell’artista.

 

L’intervista è stata pubblicata in inglese sul sito di Shearman, editore di The House of Straw, che ringraziamo per averci permesso di tradurla e riproporla qui.

Il documentario The Man who Went Looking for Freedom [L’uomo che andò in cerca della libertà] va in onda sabato 29 marzo alle 11:10 e alle 22:10 su BBC World News, canale 400 su Digitale Terrestre. Info qui

La trasmissione radiofonica va in onda sabato 29 marzo alle 8:00 p.m. Info qui

 

 

 

©Catalin Bugan

 

 

 

L’INTERVISTA

 

burying1Kelvin Corcoran Carmen, potresti spiegare il contesto in cui si collocano The House of Straw e di Burying the Typewriter ai lettori che potrebbero non avere familiarità con la tua opera? Nonostante il primo sia una raccolta poetica e il secondo un memoriale in prosa, entrambi si riferiscono alle stesse esperienze, sono stati scritti simultaneamente e i titoli raccontano parte della storia?

CB Quando ho iniziato a scrivere Burying the Typewriter: Childhood Under the Eye of the Secret Police volevo mettere su carta i ricordi della mia infanzia in Romania e non avevo in programma di scrivere una raccolta di poesie sullo stesso argomento. Avevo in mente una lunga poesia sulla vita di mio padre – una sorta di resoconto narrativo della sua vita in opposizione alle autorità di Ceausescu, una storia alla Davide e Golia.burying3

Ciò che avvenne durante la stesura del memoriale è un processo che mi aiutò sia comprendere come sia l’argomento stesso a cercare la forma adatta a contenerlo, a prescindere da quanto tu provi a pianificare preventivamente le cose. Alcuni ricordi della mia vita precedente mi tornavano in prosa, e alcuni in poesia. È una bella esperienza. Ha molto a che vedere con l’intensità emotiva che si concentra in immagini e può essere espressa in metafore, e nei suoni delle parole, qualcosa che puoi plasmare ulteriormente, facendone un oggetto della tua creazione. La prosa mi consentiva di fare le cose con più calma, di commentare le esperienze, di contestualizzarle, mentre in poesia mi HouseofStrawsembrava giusto lasciare che fosse l’immagine a fare tutto il lavoro da sé. Poiché i ricordi che sono argomento della prima metà di entrambi i libri erano gli stessi, avevo inizialmente pensato di includere le poesie nel memoriale, dando così luogo a un libro dalla struttura formale molto complessa. Ma il materiale accumulato e i due libri risultarono essere due figli
molto differenti della stessa memoria, se così si può dire.
The House of Straw, che è la metafora portante della raccolta di poesie, che ne è divenuto anche il titolo, affonda le sue radici nell’idea che ciò che doni agli altri in questa vita ti verrà restituito nell’aldilà, secondo un rituale derivato da un’antica cerimonia profondamente cristiana ortodossa ancora  praticata nei piccoli paesi sparsi per la Romania. È come dire che trascorriamo questa vita preparandoci a quella dopo la morte. Ho spiegato il rituale vero e proprio nella poesia che dà il titolo al libro e anche nel capitolo eponimo del memoriale, perché è parte della mia identità personale così come della mia identità di scrittrice. Ciò che voglio dire è che sono arrivata a considerare la mia vita in esilio dalla Romania come una sorta di celestiale esistenza nell’aldilà, in cui ho portato con me una grande quantità di ricordi della Romania e l’amore che nella mia terra ho dato e ricevuto durante la prima parte della mia vita, crescendo con i miei nonni. Ciò fa di me la poetessa che sono oggi.

© Catalin Bugan

©Catalin Bugan

 

 

 

The House of Straw

 

In memory of my grandparents

 

 

“In this world the house will be yours

But in the afterlife it shall be mine.”

So, when they were old, they joined

In the ritual of caring for the band

Of gypsies coming through the village,

Looking after parents left by children

At empty hearths. What you give away

Stays with you in eternity,

For heaven or hell will be received

In a familiar bed, at a table you know.

 

Each built a separate room in the garden;

Walls and floor of new straw rugs,

A bed with a hay mattress draped in cotton,

White pillows, change of clothes,

Soft slippers to walk around the sky,

A table with chairs, a flower tapestry,

A pail filled with water from our well.

For work, each gave away bags of rice

Which needed separating grain by grain,

Beans, a sack of unsifted wheat,

Corn in a wicker basket, and two hens

To lay eggs around the house.

All other time in heaven is leisurely, they said.

 

 

*

 

 

And then, the afterlife meal:

Onions, rice, fresh tomatoes were sweated

In sunflower oil, then added to minced meat,

Flavoured with parsley and dill, some salt,

Ground pepper, an egg for binding up the mixture,

All wrapped in vine leaves stung in brine

And put to simmer all day long.

Grandmother hovered over polenta

With the wooden spoon, while buttermilk,

Aged in earthen jugs, was ready to be poured.

 

 

*

 

 

When the poor in this life were called

To receive the roofless houses of straw

Candles were lit to link living day

To other world with the cord of light;

I watched all those hands uniting

On stems of wax held at thresholds,

I saw love eternal, burning at open doors.

Then in his room, my grandfather brought

A flask of wine, set it on the table, and cried.

 

 

 

La casa di paglia

 

In memoria dei miei nonni

 

“In questo mondo la casa sarà vostra

ma nell’aldilà sarà mia.”

Così, quando erano vecchi, si univano

al rituale dell’accoglienza delle bande

di zingari che passavano per il paese,

curandosi dei genitori lasciati dai figli

presso focolari deserti. Ciò che dai via

ti resta in eterno,

perché cielo o inferno saranno ricevuti

in un letto familiare, a una tavola a te nota.

 

Ognuno si costruiva una stanza in giardino;

tappeti di paglia fresca per pavimento e pareti,

per letto un materasso in fieno fresco avvolto nel cotone,

bianchi cuscini, cambi di lenzuola,

morbide pantofole per vagare in cielo,

una tavola con sedie, un arazzo di fiori,

un secchio colmo d’acqua del nostro pozzo.

Per lavoro, ognuno distribuiva sacchi di riso

da separare grano per grano,

fagioli, un sacco di gano non setacciato,

granturco in un cesto di vimini, e due galline

per deporre uova intorno alla casa.

Tutto il resto del tempo è libero in cielo, dicevano.

 

 

*

 

 

E poi, il pranzo dell’aldilà:

cipolle, riso, pomodori freschi passati

in olio di girasole, poi aggiunti alla carne tritata,

conditi con prezzemolo e aneto, un pizzico di sale,

pepe macinato, un uovo per amalgamare l’insieme

tutto avvolto in foglie di vite intinte in acqua salata

e messe a bollore per una giornata.

La nonna mescolava altra polenta

col cucchiaio di legno, mentre il latticello, stagionato

in brocche di terracotta, era pronto per essere versato.

 

 

*

 

 

Quando i poveri in questa vita erano chiamati

a ricevere le case di paglia prive di tetto

si accendevano candele per legare il giorno

dei vivi all’altro mondo con la corda della luce;

io guardavo tutte quelle mani unirsi

sopra steli di cera sulle soglie, vedevo

l’amore eterno, bruciare nelle porte aperte.

Poi nella sua stanza mio nonno portava

un fiasco di vino, lo posava sulla tavola, e piangeva.

 

Le poesie della prima parte di The House of Straw mostrano ciò che ho portato con me in esilio: popolari rituali contadini campagnoli, e la relazione con le persone. Rappresentano nella mia vita il territorio della sacralità, e mi sembra giusto che stiano in queste poesie lucide e semplici. Ma l’affinità tra la raccolta di poesie e il memoriale termina qui. La raccolta di poesie si addentra nella materia dell’esilio, dell’amore, della famiglia, dei sentimenti nei confronti della lingua (“I nomi delle cose”, per esempio).

 

 

Sihlouttes

©Catalin Bugan

 

 

 

The Names of Things

 

Sunlight in a water bowl on the doorstep

Then on a pond far from home: soarele.

 

Fire in the terracotta hearth, then

In a pit, outside a tent, thousands of miles away: focul.

 

My Black Sea lulling the shore, then dreams

Of sea waking cheeks with stinging salt: marea.

 

Air encircling the grapes outside the window,

Then gliding with a parachute above a heron: aerul.

 

Soil exhaling after rain through gaps between cherry leaves,

Then crying dirty tears from roots of a fallen birch: pamintul.

 

 

 

I nomi delle cose

 

Sole in una ciotola d’acqua sulla soglia

poi in uno stagno lontano da casa: soarele.

 

Fuoco nel focolare in terracotta, poi dentro

un pozzo, fuori una tenda, a migliaia di miglia di distanza: focul.

 

Il mio Mar Nero culla la riva, poi sogni di mare

il cui sale pungente sveglia le guance: marea.

 

Aria abbraccia le viti fuori dalla finestra, poi scivolare

sorvolando un airone col paracadute: aerul.

 

Terra odorosa di pioggia dagli slarghi tra le foglie del ciliegio,

poi piangere torbide lacrime dalle radici di una betulla abbattuta: pamintul.

 

Il memoriale racconta la storia della repressione comunista e della resistenza anti-comunista dal punto di vista di una ragazzina che cresce comprendendo da sé, attraverso l’esperienza, la relazione tra potere e gente comune. Volevo che la gente cogliesse le reali implicazioni del sacrificio di mio padre per la libertà, con tutto ciò che è costato alla sua famiglia, mostrando al contempo come la sua scelta fosse quella giusta. Noi affrontiamo la maggior parte della nostra vita senza capire i giochi dei potenti e spesso chiudiamo addirittura gli occhi di fronte alle ingiustizie, e questo è un libro che parla di come ci so possa sentire piccoli dal cospetto della tirannide, e di come si voglia comunque fare qualcosa per opporsi a lei. Non penso ci siano tante testimonianze dell’esperienza della tirannide da parte dei bambini e penso sia questo il contributo che posso apportare, per quanto è nella mia esperienza.

 

© Catalin Bugan

©Catalin Bugan

 

Childhood Mirror

 

On the wall of our living room

facing the verandah

was my childhood mirror.

 

Twenty years ago this summer

it was a clouded retina

with milky spots, foggy patches.

 

If I stood in front of it now

would I see where these wrinkles

and this dusting of gray fit
on the face of that girl,

guess the absent reflections into

its foggy spots, milky patches?
Perhaps I would bow to stroke

re-imagined cheeks, hearing

a voice speaking through glass,

 

“You will live far from here,

I, the mirror, turn into myth

like the old well, the grape-vines

 

outside the window

which once I also reflected;

you too will become a story.”

 

 

 

© Catalin Bugan http://ctbugan.viewbook.com

©Catalin Bugan

 

Lo specchio dell’infanzia

 

Sulla parete del nostro soggiorno

di fronte alla veranda

c’era lo specchio della mia infanzia.

 

Venti anni fa quest’estate

era una retina rannuvolata

da macchie lattiginose, chiazze nebbiose.

 

Se adesso ci restassi in piedi davanti

vedrei forse dove queste rughe e questa

caligine di grigio si adattavano

 

al volto di quella ragazza,

intuirei i riflessi assenti dentro

le macchie nebbiose, le chiazze lattiginose?

 

Forse mi chinerei a sfiorare

guance nel ricordo, sentendo

una voce parlare dal vetro,

 

“Vivrai molto lontano da qua,

io, lo specchio, mutato in mito

come il vecchio pozzo, le viti

 

fuori dalla finestra

che un tempo anch’io riflettevo:

anche tu diventerai una storia.”

 

Da The House of Straw, Shearman 2014

 

KC Durante una recente lettura a Oxford ero molto interessato a ciò che dicevi riguardo ai sentimenti che provi per la lingua Rumena e per l’inglese, che mi pare tu abbia chiamato la lingua della tua libertà. Che cosa avviene quando si scrivono poesie in un’altra lingua? Ma ora mi chiedo se la domanda sia formulata nel modo giusto. Come mai proprio l’inglese è divenuta lingua del tuo pensiero e della tua poesia, e non un’altra lingua? In un articolo pubblicato su “Modern Poetry in Translation” (Series 3 no. 2), dici che le parole rumene non ritornano più a tradurre.

CB l’inglese è divenuta una parte importante della mia identità, da quando ci trasferimmo negli Stati Uniti con quei tesserini di “rifugiati” che ci avevano dato a Roma, quando avevo 19 anni. Era tremendamente liberatorio avere a disposizione questa lingua in cui potevo esprimere tutto ciò che avevo dovuto tacere durante gli anni rumeni in cui mio padre fu incarcerato. Ora scrivo soltanto in inglese: è anche la lingua primaria nell’ambito della mia famiglia, dove ne parliamo quattro. Il rumeno resta comunque la più interessante, perché è legato a un’infanzia celestiale e a una adolescenza infernale, ma ho smesso di leggere e scrivere in rumeno dal 1989!

Ho una relazione diversa con ogni lingua che parlo: l’italiano è la lingua del matrimonio e dei figli, nonostante stia gradualmente diventando anche una lingua della letteratura per me, perché sto leggendo poesia in italiano; il francese è una lingua necessaria: viviamo in Francia, i bambini frequentano scuole francesi, “funzioniamo” attraverso il francese. È una bella lingua, molto sensuale, amo parlarla, anche se non ne ho una conoscenza solida. L’inglese d’altra parte ha dentro il fremito della libertà e porta con sé anche tutte le conquiste e la felicità della nostra famiglia, in quanto emigranti. Devo dire che ho avuto anche la fortuna di godere della compagnia di americani e inglesi che si sono dimostrati persone meravigliose, e sagge, e sensibili, e premurose. Molti di loro erano letterati. Così la lingua si è presentata a me con tutte le possibili benedizioni. Scrivere in inglese è risultata per me un’esperienza facile e felice, in parte per via della mancata responsabilità nei confronti del canone (non vi appartenevo per nascita, perciò non subivo le stesse pressioni a inserirmi nella sua tradizione); e in parte perché il mio orecchio era completamente sordo al ritmo della lingua, così ciò che classificheresti come giambico potrebbe suonare piuttosto differente quando lo pronuncio io, soprattutto perché il ritmo della lingua rumena, che ancora porto dentro di me, è piuttosto differente. Ma mi rendo anche conto che in poesia sto scremando l’inglese: Non ci sono addentro, cosa su cui sto cercando di lavorare.Occorre leggere e scrivere tantissimo. Ma in sostanza l’inglese è come una casa per me, è sicuro, accogliente, è un posto in cui stare, e penso che questo senso della lingua sia una premessa fondamentale per chiunque voglia farne strumento di creazione. Tuttavia ho seri dubbi sulla mia capacità di dire qualcosa di “nuovo” o in un “modo nuovo” in inglese, ma penso di avere abbastanza da lavorare sul conflitto tra l’argomento e il suono delle parole per ora. Così non mi preoccupo tanto della mia “originalità” quanto della lucidità e di quella “transazione di significato” (come Milosz da qualche parte l’ha definita) tra le poesie e i loro lettori.

KC Questo come influisce sulle preoccupazioni o sullo stile della tua poesia? Mi sembra al contempo ricco per immagini ma regolato, quasi costretto, ma con una diretta asserzione di dolore e passione; c’è quasi una formale cortesia, che mette in atto un’infinita preoccupazione per il dettaglio. Mi chiedo fino a che punto sia l’esito di una poetica della generosità di fronte all’incombere di esperienze minacciose.

CB “Poetica della generosità” di fronte alle avversità mi suona molto bene! Mi intimorisce scrivere in inglese rispettando le forme – non si tratta soltanto di apprendere meccanicamente le strutture formali della poesia, bensì di padroneggiarle con una combinazione di perfetta conoscenza della sua storia (i predecessori della poesia, se vuoi) e anche una certa sicurezza rispetto a cosa si vuole dire, e a come lo si vuole dire. Il punto è questo: io parlo in inglese di un’esperienza rumena. Bene, non c’è una tradizione di sonetti incentrati su questo. Anche le mie poesie d’amore non sono poi così universali – sono permeate dal senso di perdita e dalla minaccia della perdita, che è strettamente connesso con gli anni rumeni della mia vita. Io cerco di trovare le immagini che più profondamente esprimono ciò che voglio dire e poi lavoro con le parole come un giardiniere con i fiori, cercando di metterle in posti e con un ordine che generi un senso di armonia e mantenga la fioritura del giardino per la maggior parte dei mesi caldi. Cerco di trovare una mia personale forma, che è dettata dalle immagini e dalle parole. C’è un po’ di Coleridge in questo, lo ammetto: gli anelli nel tronco dell’albero, la forma come espressione esteriore del contenuto, la crescita “organica” dell’uno dall’altro.

© Caralin Bugan

©Catalin Bugan

Trovo che sia bene essere diretti, ma anche misurati. Una volta stavo leggendo una poesia piena di rabbia ad Allen Ginsberg, che era venuto alle Grand Rapids, Michigan, a trovare il suo amico David Cope, mio insegnante al college. Avevo poco più di vent’anni allora, avevo appena iniziato a scrivere in inglese, ero piena di animo Beat e impaziente di mostrare la mia rabbia, la mia forza. Allen era a casa mia, seduto in poltrona, circondato da giovani studenti e alcuni insegnanti seduti sul pavimento e sul divano. “Cazzo non sono stato io a farti QUESTO” mi gridò, “non dovresti mai incolpare il tuo pubblico di ciò che ti è successo!” Anche se scoppiai in lacrime, uscendo dal mio stesso appartamento, imparai una terribile lezione di poetica: autocontrollo. Tutti noi attraversiamo l’inferno, ma non dovremmo far soffrire il nostro pubblico, ed è una cosa che sto cercando di mettere in pratica. La poesia era una diretta risposta ai rispettabilissimi americani che mi dicevano che avrei dovuto amare il mio paese, che avrei dovuto sempre pensare a me stessa come a una rumena. Stavo dicendo loro: “Voi non avete visto l’amore per il mio paese / morire”. Ma di nuovo stavo raccontando la storia del profondo terrore generato proprio dall’amore per il proprio paese, cosa che semplicemente non potevo trasmettere a dei cittadini americani che non avevamo mai visto cosa la politica possa fare alla gente comune.

In seguito studiai con James Simmons, il grande poeta irlandese, alla Poets’ House in Irlanda. Mi disse che l’argomento delle mie poesie era senz’altro forte, ma che avevo bisogno di prestare davvero attenzione alla forma. “Devi controllare il tuo argomento”, mi disse, e questa fu la seconda lezione di poetica. È quel “misurare pena e ragione” come Heaney scrisse nella poesia “Audenesque”, dedicata a Brodsky, con riferimento all’auto controllo di Auden, così come a quello di Frost. Penso di aver interiorizzato queste cose: auto controllo e controllo dell’argomento. Poi, con il tempo, sono arrivata a conseguire quella equanimità, se così possiamo chiamarla, la calma, elemento necessario per riuscire a raccontare una storia senza dramma. E mi affascina molto di più la questione di come mettere in relazione ogni parola con tutto ciò che ha comportato. Ora impiego molte più energie nel cercare di scoprire come qualcosa possa divenire poesia al cospetto di dure verità, piuttosto che nel combattere con la rabbia del passato.

KC La poesia che dà il titolo alla raccolta è forse un esempio di ciò che ti sto chiedendo. Grazie alla tua descrizione, potremmo forse preparare il pranzo per l’aldilà, forse costruire la casa di paglia. Tutta la poesia è carica di sentimento, ma soltanto nella chiusa registri esplicitamente le emozioni, il pianto di tuo nonno. La poesia esprime una profonda bontà d’animo, una mitologia di un modo di vivere molto peculiare, quello del là e dell’allora. Come si concilia questo con il fatto che nell’articolo su “Modern Poetry in Translation” parli dell’essere sulla riva dell’oblio?

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©Catalin Bugan

 

CB In verità ho una poesia dal titolo “Sulla riva dell’oblio”; in Crossing the Carpathians che tratta nello specifico del sentimento di essere fuori dal dominio della pena, anche se non al di fuori dellaCrossing_the_Carpathians Storia ma in essa, in un modo pacato che implica accettazione. E anche al di fuori della lingua natia, in una sorta di bellezza che è un po’ forte e un po’ misteriosa, e spaventosa. Talvolta mi sento un fantasma, talvolta una persona cui è stata data la rara opportunità di avere due vite: una in rumeno, e una in inglese.

Mio nonno piange perché non vuole morire e perché la preparazione del rituale dell’aldilà gli fa pensare a quando morirà e dovrà lasciarsi alle spalle le cose che ama – come il vino. Ricordo un delizioso aneddoto di quando avevo più o meno 9 anni e mia nonna restò a letto malata per un po’ di tempo. Mio nonno lasciò un boccale accanto a uno dei barili custoditi in cantina e ogni volta che scendeva a prendere qualcosa si versava un goccetto di vino nel boccale e quando tornava a casa odorava di vino. Mia nonna lo rimproverava dicendo che avrebbe bevuto tutto il vino prima delle vacanze. Erano i piccoli piaceri come questo a causare dolore. L’immagine di mio nonno che piangeva significa per me e per la mia famiglia la partenza per l’esilio, lasciandosi alle spalle le piccole consuetudini, la gente, e le cose che amavamo. È il destino di ogni perdita, se vuoi considerarlo al di fuori della mia biografia. Ma anni e anni più tardi tutto questo sembra superato, l’andarsene e l’essere sulla riva dell’oblio. Non avrei potuto arrivare a scrivere quella poesia se non avessi avuto una vita così ricca in esilio, lontano dalla Romania. È un cerchio che si chiude.

 

 

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©Catalin Bugan

 

On the side of forgetting

 

for my grandmother Anghelina

 

 

I

 

We stood in the main doorway

According to the custom of important days

(Usually marked by the village priest

With holy water dripping from dry basil

But now recorded in the slow turn of hinges):

Come back, you said, I will, I said.

 

You stored the coffers with my dowry

And we walked to the station before dawn.

 

The moon whitened the crossing of dirt roads

Spread like open palms.

 

 

II

 

After I learned the new language

And abandoned the old one,

I practised pronouncing new words

And felt new in their newness.

 

When leaves turned their backs in storms

I sat imagining that I was a child by the sea

Whistling through a flute made of cornstalk.

 

Once I saw you in the crisscross of afternoon sunlight,

Lighting a candle under stained glass –

A heart beating under the ribs of a city

You will never see.

 

The church orchestra practised for Evensong

And something in me, like the breath released

From the throat of the flute, escaped:

I mattered to no one there.

 

 

III

 

This morning I awoke to the sound

Of birds inside the yellow of gorse bushes,

The hands of hills are in the sea,

Tory Island is a boat without sails.

You whisper to me from hawthorns and hazels,

The earth will remember you.

 

Your wooden cross appears to me

Through the rain washing the cemetery.

I want to walk around your grave

Three times, light incense and a candle

Inside the rusted bottomless bucket

Lodged in the earth next to your head.

 

 

© Catalin Bugan http://ctbugan.viewbook.com

©Catalin Bugan

 

Sulla riva dell’oblio

 

Per mia nonna Anghelina

 

 

I

 

Stavamo nell’entrata principale

com’era d’uso nei giorni importanti

(in genere segnati dal prete del paese

con acqua santa stillata da basilico essicato

ora invece registrati dal lento giro dei cardini):

Ritorna, mi hai detto, Lo farò, ti ho risposto.

 

Tu stipasti nelle casse la mia dote e ce ne andammo

a piedi alla stazione prima che albeggiasse.

 

La luna imbiancava il passaggio di strade sterrate

spianate come palmi spalancati.

 

 

II

 

Dopo aver appreso la nuova lingua

e aver abbandonato la vecchia,

mi esercitavo a pronunciare le parole

sentendole intonse nella loro novità.

 

Quando le foglie girarono nelle tempesta sedevo

immaginando di essere una bimba in riva al mare

soffiando nel flauto di una spiga di grano.

 

Un giorno ti vidi all’incrocio della luce pomeridiana,

accendevi una candela sotto un mosaico –

cuore pulsante sotto le costole di una città

che non avresti mai visto.

 

L’orchestra della chiesa provava per i vespri

e qualcosa da dentro me, come il fiato emesso

dalla gola del flauto, mi sfuggì:

Non m’importava di nessuno là.

 

 

III

 

Stamattina mi sono svegliata al canto

degli uccelli nei cespugli gialli di ginestre,

le mani delle colline sono immerse nel mare,

Tory Island è una barca senza vele.

Tu mi sussurri da noccioli e biancospini,

La terra si ricorderà di te.

 

La tua croce di legno mi appare

dalla pioggia che dilava il cimitero.

Voglio fare il giro attorno alla tua tomba

per tre volte, accendere l’incenso e una candela

dentro al rugginoso secchio senza fondo

sistemato nella terra accanto alla tua testa.

 

 

Sunrise Pano copy

©Catalin Bugan

 

 

KC In molte delle tue poesie è come se i dettagli della scena o dell’evento che ricordi siano già di per sé poetici, sembra che tu componga la poesia “togliendoti di torno”, facendoti da parte a dispetto dell’intensità dell’esperienza. Sono sulla strada giusta? È una tecnica voluta? Penso a poesie come “Making The Hay Mattress”, “Our House”, “Last Day In Our House”. In queste poesie, e in particolare in “A Birthday Poem for My Father”, che parla della sofferenza di tuo padre nelle mani della Polizia Segreta, non lasci spazio ad accuse né risentimento.

CB È vero, mi faccio da parte per lasciare che l’esperienza compia il suo lavoro. È il “sono così triste, o arrabbiato” che rovina una poesia come quella. E poi non vedo l’utilità di accuse e risentimento. Tendiamo a sopravvivere a cose orrende e la conquista di essere sopravvissuti verrebbe cancellata del tutto dal risentimento o dall’accusa, che sono comunque emozioni molto logoranti. Così, parlando del materasso in fieno, ho scoperto che potevo riportare il lettore a quel momento, a ballare con noi bambini, lui, o lei, avrebbe fatto esperienza della perdita di tutto questo alla fine della poesia, il che ha un effetto molto più potente del presentarsi dicendo: “Mi rattrista che questo momento sia finito”.

 

Making the Hay Mattress

 

The best part of all that was dancing:

In August, at the summer cleaning

She threw away mattress and pillows

 

Stripping our bed to an idea on the empty floor,

Where, with hammer and nails she reinforced

Wobbly corners of the wooden frame.

 

Then in a new white case we stuffed fresh hay;

After she sealed it, she summoned us to dance

The hora on top to even out the surface

 

Soften flowers, herbs and grass.

Barefoot, we took lessons on the mattress

Stomped our feet, clapped our hands, laughed.

 

So it was, that till the day she died,

We danced in August and slept on flowers at night.

 

 

 

 

Preparando il materasso in fieno

 

Il meglio di tutto questo era ballare:

in agosto, facendo le pulizie d’estate

lei gettava via materassi e cuscini

 

riducendo il nostro letto a un’idea sul pavimento

vuoto, dove, con chiodi e martello rinforzava

gli angoli malfermi della struttura in legno.

 

Stipavamo fieno fresco in una nuova federa bianca;

che poi sigillavamo, lei c’invitava a ballarci sopra

la hora per appianarne la superficie

 

ammorbidendo fiori, erbette ed erba.

Scalzi, prendevamo lezioni sul materasso

Pestavamo i piedi, battevamo le mani, ridevamo.

 

Così era, fino al giorno in cui morì,

ballavamo ad agosto e dormivamo sui fiori la notte.

 

 

 

 

Our House

 

When we bought the house from the village priest

Old women wrung their hands “The land is cursed”:

 

“Stories!” my mother said, “We’ll stay here.

In this place we’ll build a house of dreams.”

 

 

 

 

*

 

Two summers on my sister and I skipped on a drawing

On the ground, helped pour the foundation, ran

 

Alongside rising walls, making footprints and handprints,

Naming rooms and things we’d put in them.

 

The priest’s house was a holding place, coming down

While our house grew. No one remembered the curse.

 

With grandparents and friends we planted

Trees, peonies, dahlias, lilies, morning glories,

 

A rose trellis, and one of vine bushes;

We touched every inch of land, each plant. Seasons

 

Yielded flowers, flowers turned to fruit, rooms were blessed

With basil, holy water, an oil candle burned facing east.

 

 

*

 

But it’s true what they say: you can’t undo the curse

On the land or the man, a cursed thing is a cursed thing.

 

Ten years on the house was sealed, our suitcases made

And we stood outside our own gates, agape.

 

 

La nostra casa

 

Quando acquistammo la casa dal prete del paese

le donne anziane storsero il capo: “La terra è maledetta”:

 

“Storie!” disse mia madre, “Resteremo qui.

In questo posto costruiremo una casa da sogno.”

 

 

*

 

Due estati dopo io e mia sorella saltavamo su un disegno

sulla terra, aiutavamo a versare le fondamenta, correvamo

 

lungo pareti che crescevano, lasciando impronte di mani e di piedi,

dando il nome alle stanze e alle cose che vi avevamo sistemato.

 

La casa del prete era un punto di sostegno, che si abbassava

mentre la nostra casa cresceva, nessuno ricordava la maledizione.

 

Con i nonni e gli amici piantammo

alberi, peonie, dalie, gigli, ipomee violacee,

 

un pergolato per le rose e uno per i cespugli di viti;

toccavamo ogni spanna di terreno, ogni pianta. Stagioni

 

donavano fiori, fiori si trasformavano in frutti, le stanze erano benedette

da basilico, acqua santa, una lampada ad olio che ardeva rivolta verso est.

 

 

*

 

 

Ma quello che dissero è vero: non puoi sciogliere la maledizione

che grava sulla terra o sull’uomo, una cosa maledetta è maledetta.

 

Dieci anni dopo la casa fu sigillata, i bagagli preparati

e noi in piedi all’esterno davanti ai cancelli, sbalorditi.

 

 

© Catalin Bugan

©Catalin Bugan

 

Last Day in Our House

 

For my mother

 

 

Each, alone, walked through every room touching the walls

Sleepwalking. I shuffled along the empty hall

 

And pressed my lips over the fissure

Between the rocket and the star my mother painted gold,

 

Whispered there, “Remember me the whole of your life.”

I rubbed the sweaty prints of my hands on the drawing

 

To leave a bit of skin on the blue whitewash,

Visible as the empty spaces where our pictures used to hang.

 

 

The Birds 3

©Catalin Bugan

 

Ultimo giorno nella nostra casa

 

Per mia madre

 

 

Ciascuno, da solo, camminava in ogni stanza toccando le pareti.

Sonnambula. Trascinavo i piedi nell’ingresso vuoto

 

e premevo le labbra sulla fessura

tra il razzo e la stella d’oro dipinti da mia madre,

 

e là sussurravo, “Ricordati di me per tutta la vita.”

Strusciai i polpastrelli sudati sul disegno

 

per lasciare un po’ di pelle sulla calce azzurra, visibile

come gli spazi vuoti dove un tempo erano appese le foto di famiglia.

 

 

AIUD IMG 1 BW

©Catalin Bugan

 

 

 

A Birthday Poem for My Father

 

Once upon the time he drove movie reels

Up empty roads to peasants’ hamlets

Where women still wove their shirts,

Embroidered, and talked of angels.

 

He listened to sound of prayer bells

Starting in the hearts of wooden churches

Then rolling past haystacks in valleys,

To knock on doors nestled among trees.

 

Leaving a harsh father in his carpenter shop,

He talked with the wind, wandered

Alone to the other end of the country, where

He began a life of politics and prison.

 

He whistled through the visor in the door

In the bowels of the stone, held his vision

Above blows dealt him in torture rooms.

He owned nothing but scars when he married.

 

 

*

 

 

I see us fifteen years ago:

Helen Street, Grand Rapids, Michigan

Nights we all danced and wept with freedom,

The five of us like fingers to a hand.

 

He is milder with old age, smiles more,

Same stories return like old reels;

One about crossing the Iron Curtain on foot,

Another about women who loved him in Sibiu.

 

He drinks, makes his move on the chess-board.

I make my move and drink to him.

We toast to emptiness, to disillusion and to love.

Tomorrow we will fix the flooded basement, settle here.

 

 

 

 

Una poesia per il compleanno di mio padre

 

Ci fu un tempo in cui portava bobine di film

lungo strade vuote verso borghi contadini

dove ancora le donne si tessevano le camicie,

ricamavano, e parlavano degli angeli.

 

Lui ascoltava il suono delle campane in preghiera

riavviare i cuori delle chiese di legno

 

Poi passando rotolando i pagliai nelle valli,

per bussare alle porte annidate tra gli alberi.

 

Lasciando un padre austero nella sua carpenteria,

parlava con il vento, vagando se ne andò

da solo fin dall’altra parte del paese. Dove

cominciò una vita di politica e prigione.

 

Fischiava attraverso lo spioncino della porta

nelle viscere della pietra, tenne la visione

sopra i colpi ricevuti nelle sale di tortura.

Non possedeva che cicatrici quando si sposò.

 

 

*

 

 

Ci vedo quindici anni dopo:

Helen Street, Grand Rapids, Michigan

Notti in cui tutti danzavamo piangendo la sua libertà,

tutti e cinque insieme come le dita di una mano.

 

È più dolce ora con l’età, sorride di più,

le stesse storie ritornano come vecchie bobine;

quella del superamento a piedi della Cortina di ferro,

quell’altra della donna che l’amò a Sibiu.

 

Lui beve, fa la sua mossa sulla scacchiera,

io faccio la mia e bevo alla sua salute.

Brindiamo al vuoto, alla disillusione e all’amore.

Domani aggiusteremo la cantina inondata, c’insedieremo qui.

 

KC Questo tipo di approccio, il processo che avviene nelle singole poesie, si riflette nella struttura tripartita di The House of Straw, che inizia con il mondo dell’infanzia, con la famiglia, in Romania, continua con i nuovi luoghi e la nascita di tuo figlio e si conclude con un resoconto della tua visita in Romania? E l’ultima parola della poesia finale è “salvezza”.

CB Non ci avevo mai pensato in questi termini. Penso piuttosto al libro come a un’occasione per rivisitare determinati luoghi, persone, rituali e poi scorgere la loro ricchezza nella vita successiva – la consapevolezza che il passato rumeno è con me ovunque. La “salvezza” come sentimento cristiano mi venne in mente durante una mia visita in Romania nel 2010: inquietante, sì, perché non vedevo l’ora di lasciare il paese. È anche la giusta speranza in relazione alla casa di paglia. Ora sto scrivendo due libri sull’aver vissuto da entrambi i lati della Cortina di Ferro e anche qui, credo, la parola è salvezza.

© Catalin Bugan http://ctbugan.viewbook.com/

©Catalin Bugan

 

KC Che cosa significa scrivere in due modalità differenti, prosa e poesia, simultaneamente, sugli stessi argomenti, come hai fatto per The House of Straw e Burying the Typewriter? So che gli eventi che sono argomento delle poesie di cui abbiamo parlato sono raccontati anche nel memoriale. Come passi dall’uno all’altro? Devi ripensare: no, questo è meglio per la prosa. Oppure: questo viene in poesia e così via? Eventi ed esperienze non si escludono l’un l’altro nei due libri, giusto? È la tensione o la dinamica tra le due forme espressive a stimolare l’idea successiva, il successivo impulso a esprimere ciò che vuoi dire? È un’impresa che ripeteresti?

CB Storipetendo questa strana impresa proprio adesso, ed è ancora un’altra sorpresa! Ho iniziato ad analizzare 4.500 pagine di documenti segreti riguardanti me e la mia famiglia che sono stati redatti e custoditi dalla polizia segreta tra il 1961 e il 1989. Facendo la mia ricerca e pensando che avrei scritto un libro che riparte dal viaggio sul treno che mi portava fuori dalla Romania e racconta la mia famiglia attraverso i documenti della polizia segreta (potresti davvero riscrivere Burying the Typewriter soltanto assemblando i resoconti sulla nostra famiglia e chiamarlo ‘Burying the Typewriter con le parole della polizia segreta), mi sono imbattuta nell’inventario di tutto ciò che c’era a casa nostra il giorno in cui mio padre uscì a dimostrare contro Ceausescu a Bucarest. Vi trovai scritto che sullo specchio del nostro soggiorno c’era un uccello di porcellana; io e mia sorella gli avevamo rotto una delle ali e l’avevamo incollata con lo smalto di mia madre. Quel ricordo mi tornò alla mente come se la cosa fosse appena avvenuta e la raccolta di poesie che sto scrivendo ora in concomitanza con il memoriale si chiamerà Releasing the Porcelain Birds [Liberando gli uccelli di porcellana].

Attack of the Birds

©Catalin Bugan

L’idea di una nuova raccolta di poesie mi venne in mente il giorno che lessi dell’inventario. Per ironia della sorte, questi orrendi documenti di sorveglianza, al di là del danno che mi sta causando rileggerli, hanno anche preservato i ricordi di ciò che possedevamo – sono un salvifico legame con il passato che la maggior parte della gente vorrebbero avere! È come se gli uccelli di porcellana fossero stati liberati per sbaglio mentre era previsto che rimanessero per sempre in gabbia. Ma il libro tratta anche della liberazione dal dolore personale, di un percorso compiuto verso la pacificazione, utilizzando la poesia come uno strumento di guarigione, essendo la poesia stessa ora un manufatto che libera l’immaginazione. Inoltre, in questo libro sto mettendo tutto ciò che sarebbe troppo forte per funzionare in narrativa. Ma entrambi i libri avranno un’eterogeneità di voci: quelle dei testi tratti dai documenti della polizia segreta, le nostre stesse voci, e la voce del narratore che lavorano insieme per rappresentare differenti tipi di realtà che entreranno in conflitto e in competizione l’uno con l’altro. Un tentativo di ritrarre la complessità di vivere con una “identità archiviata”.

© Catalin Bugan http://ctbugan.viewbook.com

©Catalin Bugan

 

 

 

Twenty Years

 

The horizon was the blue spine of a book,

its pages frozen sand, iced-over waves

and I, still unwashed of airplane fumes

day’s sweat, bitterness of instant coffee,

went knee-deep in water, where I first wrote

out of my life the tangled algae of the Black Sea.

 

Who can see ahead on that first day when

you awake without a country, a house,

in a well-meaning stranger’s bed, your

host speaking to you in an alien language?

I ate the food she served with trembling hands,

it was snowing outside, warm inside.

 

The following year I erased the birds: woodpecker,

sparrow, grandfather’s pigeons, and the faithful stork.

In their place I wrote the hawks that scanned

the dunes of Sleeping Bear, crows, hummingbirds,

red cardinals singing

in the too-large garden of our new house.

 

But on this page I am leaning against lighthouses

while cherry orchards grow to the tip of Leelanau,

tree roots in water. They swish over whitened-out

cornfields of my childhood. All things I wanted to forget

crowd in-between the lines I spent years writing:

four languages, ambitions, homesickness, dispersed friends.

 

 

*

 

 

Today it is twenty years since that evening at the airport

when in blinding snow people we had not seen

were waiting for us. They said I kissed the ground.

Did I kiss the ground? Who can remember this?

We search ourselves through memories,

or autumn leaves that fall, breaking into something else.

 

Grand Haven HDR  BW

©Catalin Bugan

Vent’anni

 

L’orizzonte era l’azzurra colonna vertebrale di un libro,

le sue pagine sabbia gelata, onde ghiacciate in superficie

e io, non ancora ripulita dai fumi dell’aeroplano

dal sudore della giornata, dall’amaro del caffè istantaneo,

mi spinsi fino alle ginocchia nell’acqua, dove per la prima volta

scrivendo espulsi dalla mia vita le alghe intricate del Mare Nero.

 

Come puoi guardare avanti il primo giorno

che ti svegli senza una patria, una casa

nel letto accogliente di un’estranea, e la tua

ospite ti parla in una lingua straniera?

Mangiai con le mani tremanti il cibo che mi servì,

fuori stava nevicando, dentro c’era caldo.

 

L’anno successivo cancellai gli uccelli: picchio,

passero, i piccioni del nonno, e la fedele cicogna.

Al loro posto scrissi le aquile che scandagliavano

le dune di Sleeping Bear, corvi, colibrì,

cardinali rossi che cantavano

nel giardino troppo grande della nostra nuova casa.

 

Ma in questa pagina sono appoggiata ai fari

mentre giardini di ciliegi crescono verso la punta di Leelanau,

tre radici in acqua. Spazzano via gli sbiaditi

campi di grano della mia infanzia. Tutte le cose che volevo scordare

si affollano tra le righe che ho impiegato degli anni per scrivere:

quattro lingue, ambizioni, nostalgia, amici dispersi.

*

 

Oggi sono passati vent’anni da quella sera all’aeroporto

quando nella neve accecante persone che non vedevamo

ci stavano aspettando. Dissero che avevo baciato la terra.

Avevo baciato davvero la terra? Chi può ricordarlo?

Ci cerchiamo nei ricordi,

o nelle foglie autunnali che cadono, spezzandosi in qualcosa d’altro.

 

 Wheat Field Color_

© Catalin Bugan

 

CarmenCarmen Bugan è nata in Romania nel 1970 ed è emigrata negli Stati Uniti con la famiglia nel 1989, dopo che il padre era stato arrestato per aver protestato contro il regime di Ceausescu. Ha studiato all’Università del Michigan (Ann Arbor), alla Lancaster University, alla Poets House (Irlanda), e al Balliol College di Oxford, dove ha conseguito un dottorato in Letteratura Inglese. Ha pubblicato le raccolte di poesia Crossing the Carpathians: Poems (Oxford Poets/ Carcanet, 2004), The House of Straw (Shearman, 2014) uno studio critico su Seamus Heaney and East European Poetry in Translation: Poetics of Exile (Legenda/Maney Publishing 2013), e il memoriale Burying the Typewriter: Childhood Under the Eye of the Secret Police (Picador 2012). L’edizione americana di questo libro ha vinto il Bread Loaf Conference Bakeless Prize for Nonfiction, l’edizione inglese è stata proclamata libro della settimana della BBC Radio 4 ed è stata tra i finalisti del George Orwell Prize per la scrittura politica. Il memoriale è in corso di traduzione in svedese, polacco e rumeno e Edizioni Kolibris sta preparando l’edizione bilingue di Sulla riva dell’oblio, raccolta antologica che comprende alcuni scritti in prosa e l’insieme della sua opera poetica.

Sue opere sono state pubblicate su “Harvard Review”, “PN Review”, “Penguin’s Poems for Life”, “Joining Music with Reason: 34 Poets”, “British and American”, the “Tabla Book of New Verse”, “the Forward Book of Poetry”, “Magma”, the “TLS”, and “Modern Poetry in Translation”. Attualmente sta facendo ricerche in merito ai file relativi a lei e alla sua famiglia custoditi dalla Polizia Segreta e sta scrivendo un libro sull’esperienza di aver vissuto da entrambi i lati della Cortina di ferro. Vive in Francia con il marito e i loro due figli.

 

 

 

 

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Categories: Artistic Synergies, Autori Kolibris, Interviews, Kolibris' Authors, Migrating Literature, Poets writing in a language different from their own mother tongue, Rumanian Poetry

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5 replies

  1. Dunque Ginsberg rimproverava all’autrice di aver scagliato con troppa violenza il proprio risentimento contro il lettore. Da che pulpito, verrebbe da dire… Negli ambienti intellettuali, del resto, è ancor oggi molto difficile comprendere che anche un’ideologia di sinistra, democratica e libertaria, può tradursi in strumento d’oppressione.

  2. è venuto da dirlo anche a me. Trovo che tutto dipenda da dove è scaturita la rabbia. Nelle poesie di Carmen forse avrei voluto qualche volta sentirla, perché il “self restraint” che le domina mi fa ancora più male.
    Anche qui qualcuno ha scritto che raccontiamo favole, ma siccome era anonimo, mentre i Bugan ci hanno messo la faccia, è stato trashato. E siccome era anonimo, non ho censurato in fondo nessuno.
    Per fortuna, essendo felicemente apolitica, mi posso permettere la libertà intellettuale di indagare il male a destra e a sinistra e in tutte le direzioni. E’ questo il tema del progetto editoriale “Safe Soul” (titolo non a caso mutuato da De André)in cui è inserito il libro di Carmen. Scomoderemo i negazionisti di tutto il mondo

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